lunedì, maggio 11, 2009

Estorsioni a Palermo...

PALERMO - Il giudice dell'udienza preliminare, Marina Petruzzella, ha inflitto condanne per complessivi 153 anni di carcere a 12 presunti appartenenti alle famiglie mafiose di Altarello, della Noce e di Palermo centro. Uno solo degli imputati è stato assolto: si tratta del commerciante Daniele Riccobono, imputato di favoreggiamento per non avere indicato gli estorsori. Riccobono era anche parte civile nel processo e ha ottenuto un risarcimento del danno di 10 mila euro.La pena più alta (18 anni) è toccata a Pietro Tumminia. Sedici anni ciascuno sono stati inflitti ad Antonio Di Martino, Domenico Di Giovanni e Giovanni Giordano.
Fonte: La Sicilia

11/05/2009


Processo "mare nostrum"

MESSINA - Conferma di 28 ergastoli e delle condanne inflitte in primo grado. Queste le richieste dei pm Fabia D'Anna e Salvatore Scaramuzza nel processo di appello dell'operazione Mare Nostrum (130 imputati) che si celebra nell'aula bunker del carcere di Gazzi e che tratta tutti i fatti di sangue commessi nell'hinterland di Barcellona Pozzo di Gotto negli anni Novanta. Tra le richieste la conferma della condanna al presunto boss di Barcellona Giuseppe Gullotti, che sta già scontando 30 anni per l'omicidio Alfano (vicenda non compresa in questo processo) e ai fratelli Calogero e Vincenzino Mignacca, personaggi di primo piano della mafia di Tortorici. La parola passa ora alle difese prime del verdetto che si prevede tra circa un mese. Il procedimento di secondo grado è stato caratterizzato dall'acquisizione di un "testamento" privato del pm Olindo Canali, che ha espresso perplessità sulla sua attività come magistrato a Barcellona creando numerose e l'avvio di un procedimento davanti al Csm.
11/05/2009
Fonte: La Sicilia

lunedì, maggio 04, 2009

Il vecchio stile non muore mai...

Catania, 4 mag. - (Adnkronos) - A Catania e' stato ucciso Nicola Lo Faro, 45 anni, sospettato di essere un esponente del clan mafioso dei 'Cursoti'. L'omicidio e' avvenuto stamane quando l'uomo e' stato raggiunto da numerosi colpi di pistola mentre si trovava a bordo della propria auto, una Mercedes nella zona di Nesima in via Cardi'. Sull'omicidio indaga la Squadra Mobile.

Fonte: Adnkronos

Ciancimino jr racconta...

MILANO - "Mio padre era certo che ci fosse uno pseudo-accordo che riguardava Provenzano sul suo modo tranquillo e libero di muoversi, in Italia e all'estero. Provenzano aveva quasi una missione, un ruolo ben preciso dopo le stragi, e mio padre era sicuro che la presa del timone di Cosa nostra da parte sua fosse la cosa migliore". Così Massimo Ciancimino ha ricordato gli incontri fra suo padre Vito, morto nel 2002, e il vecchio padrino di Corleone, adombrando accordi dopo le stragi. Il dichiarante lo ha detto davanti ai giudici di Palermo deponendo nel processo nell'aula bunker di Milano, in trasferta per motivi di sicurezza, in cui sono imputati, fra gli altri, Bernardo Provenzano e l'ex deputato regionale Giovanni Mercadante. Rispondendo alle domande del pm Nino Di Matteo, Ciancimino ha detto che nel tempo il padre e il boss di Corleone si erano incontrati più volte: "Ricordo la presenza a casa mia di Provenzano, che mio padre chiamava ingegnere Lo Verde, fin da quando avevo nove anni; mio padre lo riceveva nella sua stanza da letto. Questi incontri riservati sono proseguiti fino a poco prima che mio padre morisse a Roma. Ma vennero a casa anche Totò Riina, Franco Bonura, i fratelli o cugini Buscemi, Pino Lipari, Tommaso Cannella. Prima che venisse arrestato, cosa che avvenne alla fine del 1984, mio padre aveva quattro linee telefoniche e una sola era quella riservata sulla quale riceveva le chiamate solo di quattro persone, una era l'ingegnere Lo Verde, alias Provenzano". Fra il 1999 e il 2002, ha aggiunto Ciancimino jr, "mio padre, che era agli arresti domiciliari a Roma, incontrò diverse volte Bernardo Provenzano". Il figlio dell'ex sindaco di Palermo ha sostenuto che del super boss suo padre "aveva grande stima", rivelando che il capomafia "non aveva grandi problemi a muoversi in Italia e all'estero. Mio padre si preoccupava di essere un elemento a rischio per Provenzano per via del fatto che era agli arresti domiciliari e poteva subire controlli. Ma nonostante ciò Provenzano arrivava a Roma". L'appartamento in cui avvenivano gli incontri era in via San Sebastianello, a pochi passi da piazza di Spagna. Il teste ha parlato anche di incontri con Totò Riina, del quale però Vito Ciancimino "non aveva grande stima". Massimo Ciancimino ha anche riferito ai giudici del tribunale di Palermo di avere ricevuto minacce. Ha fatto riferimento a proiettili e messaggi intimidatori che sono stati lasciati davanti alla sua abitazione dieci giorni fa. Già in passato era stato oggetto di altri episodi intimidatori, che si erano verificati a Palermo e che erano stati denunciati. Infine Ciancimino ha spiegato che il suo rapporto di collaborazione con la giustizia "nasce con il dottor Falcone. Ma adesso la mia volontà a rendere dichiarazioni è arrivata solo dopo aver rilasciato un'intervista, in seguito alla quale sono stato chiamato dai magistrati". Provenzano ha rinunciato, per la prima volta da quando è stato aperto il dibattimento, a presenziare al processo in video collegamento. Il vecchio padrino di Corleone, amico del padre del teste, ha preferito restare in cella e non ascoltare i retroscena descritti da Ciancimino. L'esame del teste, sentito come imputato di reato connesso, assistito dall'avvocato Francesca Russo, è durato quasi quattro ore, durante le quali ha risposto alle domande del pm Nino Di Matteo. Breve è stato il controesame della difesa: l'unico a far domande è stato l'avvocato Leo Mercurio, difensore del medico Giovanni Mercadante. Il dibattimento è stato chiuso e rinviato al 7 maggio a Palermo.
02/05/2009

Fonte: La Sicilia

Addiopizzo senza sede...

CATANIA - "Addiopizzo Catania, da due anni ospite nei locali della Confesercenti di Catania, dal 31 marzo scorso non ha più una sede". Lo rende noto la stessa associazione spiegando che "allo stato attuale, per motivi di natura burocratica e tecnica, non è possibile utilizzare il bene confiscato che circa un anno fa è stato assegnato a Addipizzo e a Libera". L'associazione lancia, quindi, un "appello a tutti coloro che, credendo nel lavoro di Addiopizzo, vorranno aiutarci a risolvere questo grave problema logistico".
03/05/2009
Fonte: La Sicilia

Tresche mafiose...

MILANO - La presunta relazione extraconiugale fra la moglie del medico Giovanni Mercadante, ex deputato regionale adesso accusato di mafia, e un imprenditore della sanità, è stata oggetto di una lunga mediazione in Cosa nostra, gestita da Bernardo Provenzano e Vito Ciancimino. Una mediazione fatta per evitare che venisse ucciso l'amante della donna. Il retroscena emerge dalla deposizione in aula di Massimo Ciancimino, ai giudici del tribunale di Palermo, che stanno processando Mercadante per mafia. Dalle indagini emerge che il boss Tommaso Cannella, zio di Mercadante, aveva chiesto a Provenzano di punire l'imprenditore che aveva avuto una relazione con la moglie di suo nipote. L'amante, invece, per tutelarsi avendo capito che rischiava la vita, avrebbe chiesto protezione allo zio Pino Lipari, boss e uomo di fiducia dei corleonesi. Lo scontro arrivò a Provenzano, che per evitare un omicidio investì del problema Vito Ciancimino, il quale sarebbe arrivato a una mediazione senza spargimento di sangue. I fatti risalgono agli anni Ottanta. Massimo Ciancimino racconta i retroscena di questo tradimento grazie alle confidenze del padre, ma anche della figlia di Mercadante, con la quale il teste all'epoca era fidanzato. L'amante, su richiesta di Vito Ciancimino "venne costretto a lasciare Palermo per almeno tre anni, ma poi - racconta il teste - con un piccolo indultino della mafia, dopo un anno venne fatto ritornare in città, e la vicenda fu chiusa".
02/05/2009
Fonte: La Sicilia

Museo per le vittime di mafia

PALERMO - Un protocollo d'intesa è stato firmato in Prefettura a Palermo tra l'amministrazione comunale, l'associazione nazionale magistrati, l'Unione cronisti e la Fondazione Giovanni e Francesca Falcone per la realizzazione, nel Giardino della memoria a Ciaculli, di un museo per ricordare le vittime cadute per mano mafiosa. Il museo sorgerà nel terreno confiscato per mafia a Paolo Greco e affidato dal Comune, che ne è proprietario, all'Anm e dell'Unci, che hanno realizzato il Giardino della memoria dove, periodicamente, la posa di un albero ricorda una vittima della violenza mafiosa. "Il protocollo d'intesa - dicono Giuseppe De Gregorio dell'Anm e Leone Zingales dell'Unci - avvia la seconda fase, che si avvarrà dell'intervento del ministero delle Infrastrutture per realizzare un vero e proprio memorial, sul modello di quello esistente negli Usa in ricordo delle vittime dell'Olocausto nazista".
02/05/2009
Fonte: La Sicilia

venerdì, maggio 01, 2009

Sequestrati 30 mln di euro a famiglia mafiosa...

Palermo, 28 apr. - (Adnkronos) - Beni per un valore complessivo di 30 milioni sono stati sequestrati dalla Guardia di finanza ad una famiglia mafiosa della Provincia di Agrigento. Il provvedimento ha riguardato quote societarie e beni di sette societa', attivita' riconducibili a due imprese individuali, conti correnti e dossier titoli, 146 unita' immobiliari, di cui 27 fabbricati (estesi 4.690 mq), 88 appezzamenti di terreno e 31 lotti edificabili (872.559 mq), 3 capannoni industriali, 57 automezzi tra cui autocarri, escavatori, pale meccaniche e tre mercedes di grossa cilindrata, una cava di sabbia e pietrisco, un impianto di calcestruzzo di rilevanti dimensioni.
Le indagini sono scattate nel giugno del 2007 quando la Dda di Palermo ha richiesto al nucleo di Polizia tributaria di Agrigento l'esecuzione di accertamenti nei confronti di un 71enne e del figlio 41enne, sottoposti alla misura della sorveglianza speciale. L'attivita' investigativa ha permesso di comprovare come negli ultimi anni il figlio abbia trasferito, fittiziamente, la proprieta' dei beni ai parenti piu' prossimi e ad altri soggetti estranei al nucleo familiare con l'obiettivo di eludere le leggi antimafia. Gli accertamenti sono stati cosi' estesi ai nuclei familiari, alle societa' e alle imprese a loro intestate e hanno complessivamente coinvolto 12 persone, 9 attivita' imprenditoriali e le pertinenti proprieta' mobiliari ed immobiliari. Il Tribunale di Agrigento, accogliendo le richieste della Dda di Palermo e ritenendo fondati gli accertamenti svolti dai finanzieri, ha ordinato il sequestro preventivo dei beni.

Fonte: Adnkronos

Mai dimenticare...

PALERMO - Pio La Torre considerava la mafia un "cancro per la società". È racchiuso in questo pensiero l'impegno civile e politico del segretario del Pci siciliano ucciso da Cosa nostra 27 anni fa. Lo ha ricordato, nella cerimonia davanti alla lapide sul luogo del delitto, Ninni Terminelli, segretario cittadino del Pd. Breve e semplice la commemorazione davanti a decine di amici e compagni di partito di La Torre. C'erano, tra gli altri, Rita Borsellino, il presidente della commissione antimafia dell' Assemblea regionale Lillo Speziale, il capogruppo del Pd all' Ars, Antonello Cracolici, l'assessore regionale Francesco Scoma in rappresenta del governo regionale. Il ricordo di Terminelli è cominciato dalla figura di Rosario Di Salvo, il collaboratore di La Torre ucciso insieme con l'esponente comunista. Il suo spirito di "militanza" esprimeva quello che Terminelli ha definito un impegno civile portato fino alle rinunce e al sacrificio personale. Per rimarcare il rigore etico di La Torre, Terminelli ha ricordato un episodio riferito da varie testimonianze. Il figlio del deputato del Pci doveva partecipare af una partita di calcio tra ragazzi. Ma quando La Torre ha saputo che uno dei proprietari del campetto aveva collegamenti con ambienti mafiosi chiese al figlio di rinunciare alla partita perchè, gli spiegò, "con la mafia non bisogna avere alcun tipo di contatti". La Torre, a cui si deve il ddl con cui è stato introdotto il reato di associazione mafiosa e la confisca dei patrimoni dei boss, sarà ricordato anche a Roma con una targa nell'atrio di Montecitorio.
30/04/2009
Fonte: La Sicilia

Sciolse nell'acido...

Palermo, 29 apr. - (Adnkronos) - Condannato a 22 anni di reclusione per il sequestro e l'uccisione del piccolo Giuseppe Di Matteo, Stefano Bommarito non sconterà la pena in carcere.
Il Tribunale di sorveglianza di Palermo, infatti, come scrive riportato dal 'Giornale di Sicilia', ha concesso al collaboratore di giustizia di San Giuseppe Jato l'affidamento in prova ai servizi sociali. Il piccolo Di Matteo fu sequestrato e poi sciolto nell'acido nel novembre del 1993 per ordine di Giovanni Brusca, che intendeva in tal modo vendicarsi del padre del ragazzino, il pentito Santino Di Matteo. Gli altri esecutori della sentenza sono ai domiciliari o in carcere. Nel processo di Matteo Bommarito, che ne era stato il carceriere, era stato condannato a 20 anni di reclusione grazie agli sconti di pena previsti per i collaboratori di giustizia. Successivamente era stato condannato per l'omicidio di un imprenditore che non aveva voluto pagare il pizzo, Vincenzo Miceli, e di persone ritenute vicine all'ex pentito Balduccio Di Maggio. La pena complessiva per lui era così salita a 22 anni di carcere.

Fonte: Adnkronos