giovedì, giugno 28, 2007

Telejato

Nonostante le querele e le minacce, Pino Maniaci continua ad informare su quello che succede a Partitico e dintorni, tanto che giornalisti da tutto il mondo sono venuti in zona per conoscere Tele Jato e parlarne. Fare informazione in terra di mafia non è facile, ma neanche impossibile. Tele Jato lo fa dal 1999 nel piccolo paese di Partinico, a qualche chilometro da Palermo, vicino a posti come Corleone, San Giuseppe Jato, Terrasini o Cinisi (paese dove si trovava Radio Aut di Peppino Impastato). Tele Jato è nata nel ’99 da un’idea di Pino Maniaci, che vi lavora con la moglie Patrizia e i figli Letizia e Giovanni. Con i propri risparmi Pino Maniaci ha acquistato le frequenze di un canale che apparteneva al PCI e poi al Pds. La sede di Tele Jato, Tv comunitaria, è in una stanza in una palazzina di Cinisi, con materiale e attrezzature in gran parte di recupero. Raggiunge 22 comuni della provincia di Palermo per circa 150.000 spettatori. Tele Jato produce un telegiornale al giorno, alle 14,15, che dura due ore, scaricabile collegandosi al sito www.telejato.it. Al mattino vengono montate delle immagini sulle parole di un programma radiofonico locale e ogni 15 giorni va poi in onda una trasmissione di approfondimento. Le piccole dimensioni dell’emittente, se da un lato possono essere penalizzanti per i pochi mezzi tecnologici a disposizione, dall’altro permettono di avere una certa flessibilità e di ‘essere’ con tempestività sulla notizia. Come quando, nel caso del pentimento di Giusi Vitale, prima donna pentita di mafia, Tele Jato è stata la prima ad arrivare sulla notizia. “Al mattino abbiamo visto una pattuglia dei Carabinieri che, in tutta fretta, andava a prendere i figli della donna a scuola - spiega Patrizia Maniaci - ; in un paese come Partitico può voler dire soltanto che i ragazzini andavano messi sotto protezione, perché la loro mamma stava svelando segreti di mafia inconfessabili”. In una realtà di questo tipo c’è il problema reale e sentito di proteggere chi lavora nell’emittente, sia dalle querele sia dalle minacce della mafia. Una soluzione è stata quella di creare un sistema di rotazione dei direttori responsabili. Anche se questo non salva dalle querele. TeleJato ne ha collezionate 250, solo 200 sono state presentate da Antonia Bertolino, titolare della distilleria più grande d’Europa. L’azienda della Bertolino, cognata del pentito Angelo Siino, è accusata di inquinare la zona di Partitico e Tele Jato ha portato alla luce i fatti. Per la sua attività Maniaci ha già subito due attentati e numerosi messaggi d’intimidazione. Ma tutto questo non è bastato a fermarlo, anzi. “Per non restare solo collaboro con altre realtà – dice Pino Maniaci – che combattono l’illegalità: quelli dell’associazione antimafia dedicata a Rita Atria, la rivista siciliana ‘Casablanca’ e il sito di controinformazione www.icensurati.it. Siamo connessi a un’altra emittente online, Arcoiris Tv (con canale satellitare; Ndr.), e poco alla volta sono venuti a conoscerci in tanti”. Alcuni hanno paragonato la scelta coraggiosa di Tele Jato a quella di Radio Aut di Peppino Impastato. Maniaci evidenzia la differenza, dovuta al fatto che Tele Jato è apolitica, ma tra le firme dell’emittente c’è stato anche Salvo Vitale, amico fraterno di Impastato.
Fonte: millecanali

Condannati, espulsi da Confindustria

Roma, 26 giu. (Apcom) - Gli imprenditori condannati con sentenza definitiva per mafia devono essere espulsi da Confindustria. Il presidente degli industriali, Luca Cordero di Montezemolo, concorda con quanto detto dal presidente della commissione Antimafia, Francesco Forgione secondo il quale, Confindustria, potrebbe dare un segnale espellendo dall'associazione gli imprenditori condannati per mafia in via definitiva. "Se passati in giudicato - ha detto Montezemolo a margine dell'assemblea Antitrust rispondendo a chi gli chiedeva un commento alle parole di Forgione - sono pienamente d'accordo".
Fonte: virgilio.it

Breccia nel muro dell'omertà

PALERMO - I carabinieri della Compagnia di Lercara Friddi hanno arrestato, con l'accusa di estorsione, un imprenditore agricolo e il titolare di un panificio di Vicari, nel Palermitano. Ad entrambi è stata contestata l'aggravante dell'avere agito per avvantaggiare "Cosa nostra". L'inchiesta, resa possibile dalla denuncia di alcune vittime, è coordinata dai pm della Dda di Palermo, Michele Prestipino e Marzia Sabella. Dall'indagine, avviata a seguito di decine di danneggiamenti subiti, da giugno del 2006, da imprese e attività commerciali del Palermitano, è emerso che i due presunti estortori avrebbero proposto anche pagamenti del pizzo "a rate". Alle vittime che adducevano difficoltà economiche, secondo l'accusa venivano consentiti infatti versamenti in più soluzioni. Gli arrestati sono l'imprenditore agricolo Salvatore La Monica, 35 anni, e Salvatore Macaluso, 43 anni, proprietario di un panificio. Sembra infrangersi dunque, nel Palermitano, il muro dell'omertà. Quattro tra imprenditori e commercianti hanno denunciato ai carabinieri di Lercara Friddi di avere subito richieste estorsive; molti altri operatori commerciali, nonostante non siano andati spontaneamente dai militari, contrariamente a quanto accade nelle indagini sul racket, dove le vittime, per paura, negano l'evidenza, hanno comunque ammesso, convocate dagli investigatori, le pressioni mafiose. I carabineri di Lercara, hanno instaurato una stretta collaborazione con i commercianti, che si è rivelata essenziale per incastrare i presunti estortori.In un caso, addirittura, una vittima, che per aiutare gli inquirenti ha finto di non avere il denaro richiesto, ottenendo dilazioni nei pagamenti e una serie di incontri con i taglieggiatori, ha accettato di indossare un orologio munito di registratore. Tutte le sue conversazioni con gli estortori sono state registrate e poi ascoltate dai carabinieri. Se in alcuni casi le vittime hanno finto di cedere al ricatto mafioso per incastrare gli aguzzini, che dicevano di agire per conto delle cosche locali, altri si sono rifiutati categoricamente di pagare mettendo a rischio la propria incolumità. I due arrestati sostenevano di avere bisogno del denaro per aiutare le famiglie dei boss in carcere o per pagare gli avvocati dei detenuti."Da quando siamo stati minacciati - ha raccontato ai carabinieri una vittima - viviamo nel terrore e non posso negare che passiamo notti insonni, passando di continuo davanti all'entrata delle nostre attività. Non abbiamo alcuna intenzione di cedere alle richieste anche perchè nessuno merita di approfittare dei nostri guadagni senza alcun merito". Oltre alle dichiarazioni delle persone offese a carico dei due indagati ci sono decine di intercettazioni in cui i taglieggiatori parlano degli incassi e delle intimidazioni usando espressioni mutuate dall'attività di agricoltore svolta da uno di loro. 27/06/2007
Fonte: La Sicilia

Su Manganelli

ROMA - Antonio Manganelli è l'attuale vicecapo vicario della polizia. Faccia da bravo ragazzo, ancora oggi che sta per compiere i 57 anni, una moglie bionda e poliziotta, una figlia liceale, ha fatto coppia con De Gennaro per tutti gli anni '80, numero uno e numero due del nucleo anticrimine e poi del servizio centrale operativo, indagando su mafia e sequestri di persona, droga e criminalità economica, lavorando al fianco di magistrati come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e collaborando con le polizie di mezzo mondo. Nel '91, quando De Gennaro ha tenuto a battesimo la neonata Direzione investigativa antimafia, Antonio Manganelli è diventato il direttore dello Sco; sette anni dopo era questore a Palermo, dal '99 al 2000 questore a Napoli. Poi di nuovo al fianco di De Gennaro al Viminale, come lui sempre al lavoro, capodanno e ferragosto compresi. Era in vacanza, per una volta, proprio nei giorni maledetti del G8 di Genova 2001. Una coincidenza che forse ha reso più facile il placet anche da parte della sinistra radicale.
Fonte: La provincia di Lecco

martedì, giugno 26, 2007

Chiesti 604 anni di carcere

PALERMO - La condanna a complessivi 604 anni di carcere è stata chiesta dai magistrati della Dda di Palermo Maurizio De Lucia, Michele Prestipino e Roberta Buzzolani nei confronti di 44 tra boss e gregari della famiglie mafiose palermitane, accusati di associazione mafiosa ed estorsione.
Il procedimento si celebra con il rito abbreviato davanti al gup Piergiorgio Morosini. I pm hanno invece chiesto il proscioglimento di 14 commercianti cinesi imputati di favoreggiamento. Secondo la prima tesi accusatoria, non ammettendo di avere subito richieste estorsive, pur avendo, però, denunciato episodi di danneggiamento, avrebbero avvantaggiato le cosche. All'esito della requisitoria, però, i magistrati hanno sostenuto che non ci sarebbe la prova che i commercianti abbiano voluto favorire i boss in quanto avrebbero potuto non collegare i danneggiamenti con le pressioni delle cosche. Il procedimento è una tranche dell'inchiesta denominata Gotha che a giugno del 2006 portò al fermo di 52 persone, fra cui i capi e i sottocapi di tutte le famiglie mafiose delal città. Le pene più alte sono state chieste per Antonino Rotolo (20 anni) e Pietro Badagliacca, Antonino Pipitone, Rosario Inzerillo (18 anni). Diciassette anni sono stati chiesti per Giuseppe Savoca e Gaetano Sansone. Sedici anni la pena sollecitata per il latitante Gianni Nicchi.L'inchiesta si basa in gran parte sulle intercettazioni ambientali effettuate in un capannone in lamiera in cui si svolgevano gli incontri fra i capi delle famiglie mafiose di Palermo. In seguito a quanto è emerso dalle registrazioni delle conversazioni fra i boss effettuate dalla polizia, la procura ordinò i fermi per scongiurare il rischio di una nuova guerra tra le cosche.L'indagine fece scoprire che Nino Rotolo, capomafia e sicario dei corleonesi, con una serie di condanne definitive per omicidio, e posto ai domiciliari per motivi di salute, progettava la riapertura della stagione di sangue per liberarsi di Salvatore e Sandro Lo Piccolo, padre e figlio, entrambi latitanti, che sponsorizzavano il ritorno di alcuni esponenti della famiglia Inzerillo, ala perdente di Cosa nostra nella guerra di mafia degli anni Ottanta, alcuni dei quali si trasferirono negli Stati uniti.Un'altra tranche del processo si celebra col rito ordinario davanti al tribunale. La prossima udienza è fissata per il 18 ottobre. Tra gli imputati vi è l'ex deputato regionale di FI Giovanni Mercadante accusato di mafia e vi era anche il capomafia Nicolò Ingarao, boss di Porta Nuova, ucciso due settimane fa a Palermo.Questo l'elenco delle richieste di pena per i 44 imputati del processo 'Gotha': Andrea Adamo, 16 anni; Gerlando Alberti, 10; Salvatore Alfano 10; Filippo Annatelli, 14; Angelo Badagliacca, 8; Gaetano Badagliacca, 10; Pietro Badagliacca 18, Francesco Bonura 20; Vincenzo Brusca 14; Carmelo Cangemi 8; Giovanni Cangemi 8; Giuseppe Cappello 16; Lorenzo Di Maggio 14; Vincenzo Di Maio 16; Pietro Di Napoli 20; Salvatore Gioeli 16; Francesco Inzerillo 10; Francesco Inzerillo 14; Rosario Inzerillo 18; Tommaso Inzerillo 12; Vittorio Emanuele Lipari 12; Alessandro Mannino 15; Calogero Mannino 16; Giovanni Marcianò 16; Vincenzo Marcianò 16; Nicolò Milano 10; Nunzio Milano 12; Settimo Mineo 12; Giovanni Nicchi 16; Giovanni Nicoletti 16; Michele Oliveri 16; Rosario Angelo Parisi 10; Pietro Parisi 8; Francesco Picone 15; Antonino Pipitone 18; Salvatore Pispicia 16; Antonino Rotolo 20; Gaetano Sansone 17; Giuseppe Sansone 12; Giuseppe Savoca 17; Giovanni Sirchia 10; Francesco Stassi 12; Mario Salvatore Grizzaffi 12; Emanuele Ribaudi 8 mesi. Il proscioglimento è stato chiesto per: Guanshui Ruan, Fuju Luo, Qingjian Wang, Jin Lin, Yanmel Yang, Jinliang Lin, Xixi Lin, Weijun Yang, Liping Yu, Zin Hong Chen, Weiwu Yang, Yong Zhang, Aiying Liu e Bangsheng Chen.
25/06/2007
Fonte: La Sicilia

Un imprenditore denuncia

Fra tanti imprenditori che subiscono in silenzio, ce n'e' uno che a Termini Imerese, nel 2004, ha detto di no. E' una delle vicende che emergono dalle indagini dei carabinieri conclusasi la notte scorsa con il fermo di 9 tra boss storici e nuovi capi di Cosa nostra. Quando gli si presentarono due loschi figuri con una Mercedes scura a chiedergli il "pizzo" "per i carcerati che hanno bisogno", l'imprenditore prima li caccio' e poi cerco' pure di scattare loro una fotografia. E non solo: dopo aver sentito i due che chiedevano denaro per "i nostri amici che stanno male", ando' dai carabinieri. E' ricostruita cosi', dai Pm Lia Sava e Michele Prestipino, la tentata estorsione a un'azienda che ha un cantiere a Termini Imerese. Autori del tentativo sarebbero stati Fabrizio Iannolino e Francesco Paolo Balistreri, due dei fermati di stanotte.
Fonte: La Repubblica

L'indulto ha danneggiato anche la mafia

PALERMO - Anche Cosa nostra era contraria all'indulto. La scarcerazione di decine e decine di cani sciolti che hanno beneficiato dell'indulto mettendosi subito all'opera compiendo furti, rapine, scippi e tentando anche di soppiantare alcuni boss in carcere per incassare il pizzo da commercianti ed imprenditori, avrebbe provocato la reazione dei boss della mafia che avevano stilato una lista di "scappati di casa" (picciotti senza regole) che dovevano essere ammazzati. Per questa ragione, per evitare un bagno di sangue, la Procura di Palermo d'intesa con i carabinieri del comando provinciale ha deciso di agire in fretta fermando nove tra boss e mafiosi rampanti che avevano difficoltà a gestire i loro mandamenti. Furti, scippi, rapine, "troppa confusione" in giro, a Palermo ma anche in provincia. E questo a Cosa nostra, ai boss che ancora erano in libertà, non andava per niente bene. Bisognava mettere "ordine" e soprattutto insegnare a questi "scappati di casa" l'educazione. Gli investigatori sono giunti all'identificazione dei nove arrestati e dei loro progetti sanguinari attraverso la decifrazione dei pizzini di Provenzano, trovati nel covo di Montagna dei Cavalli al momento del suo arresto, l'11 aprile del 2006. Per parlare dei suoi interlocutori, Provenzano utilizzava un codice nascosto tra le frasi della Bibbia. Sigle che apparentemente indicavano autori del Vecchio e del Nuovo Testamento, mentre in realtà nascondevano l'identità di boss e picciotti. Quando quel codice è stato decrittato, i carabinieri hanno messo sotto controllo abitazioni, automobili, telefoni fissi e cellulari dei componenti della cosca. Dall'ascolto di quelle conversazioni è emerso il quadro inquietante che ha indotto gli investigatori a non perdere altro tempo ed arrestare i nove boss e picciotti. "Il problema dei ladri c'è stato sempre, non solo qua, in tutte le parti. Ora con quest'indulto che hanno dato... siamo rovinati. A Palermo c'è una situazione: farmacie, supermercati che non dormono tranquilli. Ma che scherziamo! È andata a finire a bordello". A parlare, non sapendo di essere intercettati, erano Giuseppe Libreri e Giuseppe Bisesi, infastiditi da una serie di furti nel territorio controllato dalla loro famiglia. I due si lamentavano del fatto che, dopo l'indulto, i piccoli pregiudicati erano usciti dal carcere e le attività commerciali erano continuamente bersagliate dai furti. Proprio per "far fronte" all'emergenza microcriminalità la cosca di Termini Imerese, capeggiata da Bisesi, aveva deciso di eliminare alcuni giovani ladri che rubavano senza l'autorizzazione della mafia. "La testa ci si deve scippare (strappare, ndr). Così, dice, diamo il segnale per tutti! È la soluzione giusta! Ci sono questi scappati di casa e gli si deve rompere le corna, punto e basta!".
Fonte: la Repubblica

Preparavano un omicidio

Preparavano un omicidio da realizzare proprio in questi giorni. In una conversazione intercettata il 18 giugno, lunedi' scorso, Giuseppe Bisesi e Giuseppe Libreri, l'emergente e il capo della famiglia mafiosa di Termini Imerese, si esprimevano inequivocabilmente nei confronti di tre ladruncoli ritenuti responsabili di una serie di furti nella zona di loro competenza e protezione mafiosa: "...Gia' i coglioni sono arrivati a terra...", dicevano, "da quello che hanno combinato. La' se ne devono andare..! da quello che hanno combinato la' se ne devono andare!... Non puo' passare questa cosa in cavalleria (nel senso che non si poteva soprassedere, ndr) ... Almeno uno se ne deve andare!... A che arriva la mano nel cielo.. na allibbirtamu (ci liberiamo, ndr) subito, subito...". E poi un riferimento quanto mai sinistro, visto che la settimana scorsa e' stato ucciso a Palermo il boss Nicolo' Ingarao: "In questi giorni quagghiamu" (quagliamo, concludiamo, ndr). E' anche in questa conversazione captata pochi giorni fa l'estrema urgenza prospettata dai Pm Michele Prestipino e Lia Sava al Giudice delle indagini preliminari - che adesso dovra' decidere se convalidare o meno i fermi - e che ha portato all'esecuzione degli arresti di questa notte, eseguiti dai carabinieri del Nucleo operativo del Comando provinciale e della Compagnia di Termini Imerese.
Fonte: La Repubblica

O poverino...Ha solo ucciso decine di persone...

Come un leone in gabbia, vecchio e malato, che si spegne ogni giorno. I suoi legali raccontano così la detenzione di Totò Riina, l'uomo che ha rivoluzionato Cosa nostra portandola a sfidare lo Stato, il padrino già condannato dieci volte all'ergastolo e sotto processo per altri tre delitti eccellenti. Ora Riina sta male: così male, secondo i suoi avvocati, da non poter rimanere in cella. Questo è quanto gli avvocati sostengono nella richiesta di scarcerazione presentata al Tribunale di Sorveglianza di Milano. Il capo dei corleonesi è recluso a Opera, una prigione di cemento confusa nella periferia milanese. Secondo i due specialisti che lo hanno visitato, il suo cuore funziona al cinquanta per cento. Tutti i giorni viene controllato dai medici del penitenziario ma può rimanere soltanto un'ora all'aperto nel cortile ritagliato tra le celle. Le cartelle cliniche, allegate alla richiesta di scarcerazione presentata il 15 giugno scorso, indicano un quadro medico pesante: "Due infarti e un'importante insufficienza cardiaca" si sommano ad altre patologie meno gravi, come la gastrite cronica, l'ipertrofia prostatica, l'ipertensione, l'iperucemia, il gozzo tiroideo, le ernie inguinali e la cirrosi epatica derivante da epatite C. Per gli avvocati Luca Cianferoni, Antonio Managò e Riccardo Donzelli, "mantenere Riina in carcere a 77 anni in queste condizioni significa volersi accanire su un detenuto anziano e malato, ben oltre la pena che gli è stata inflitta". Totò Riina, classe 1930, fu arrestato a Palermo il 15 gennaio 1993 dai carabinieri del Ros, guidati dal capitano 'Ultimo' e dall'allora colonnello Mario Mori: un'operazione resa controversa dalla mancata perquisizione della casa del padrino. Da allora gli è sempre stato riservato il trattamento del 41 bis, con lunghi periodi di isolamento nelle carceri di Rebibbia, Asinara, Ascoli e Opera. Un dispositivo rinnovato a più riprese per il sospetto che il vecchio boss potesse comunicare. "Un'inutile crudeltà" secondo i suoi legali che chiedono "in via d'urgenza, il trasferimento del detenuto Salvatore Riina in una struttura ospedaliera, trasmettendo gli atti al Tribunale affinché voglia sospendere l'esecuzione della pena, ovvero disporre il ricovero in via permanente presso luogo di cura idoneo". Fino a chiedere gli arresti domiciliari. Il 20 dicembre 2006 Riina venne ricoverato d'urgenza, e con straordinarie misure di sicurezza, al reparto detenuti dell'ospedale San Paolo di Milano, dove gli fu riscontrata "un'asimmetria di contrazione del ventricolo sinistro" e un pompaggio del cuore tale da potersi "tradurre in un costante pericolo per la sua vita". Le analisi del professor Guido Sani, ordinario di cardiochirurgia all'università di Firenze, evidenziarono come gli infarti subìti non fossero stati adeguatamente curati. Poi, un'altra perizia del 6 febbraio scorso, consegnata ai difensori dal professor Domenico De Leo, dell'istituto di Medicina legale dell'università di Verona, ha disegnato un quadro clinico "peggiorato in modo allarmante nel corso degli anni, per le condizioni di salute compromesse dal punto di vista cardiocircolatorio e una ulteriore progressione del danno tissutale cardiaco". L'uomo condannato per i massacri di Capaci e di via D'Amelio, il capo dell'ala stragista di Cosa nostra di nuovo in libertà? L'obiezione viene anticipata dall'avvocato, che Cianferoni invita a "rifuggire dai timori che il clamore che una decisione come questa potrebbe avere nell'opinione pubblica. In uno Stato democratico anche al più pericoloso dei detenuti deve essere garantito il diritto alla salute previsto dalla Costituzione. Noi chiediamo solo questo".
Fonte: L'espresso

martedì, giugno 12, 2007

Altri pezzi di merda!!

CINISI (PALERMO) - Ancora un'intimidazione alla "casa memoria Peppino Impastato". E' la seconda nel giro di 24 ore. Stanotte, un'altra bottiglia di acido corrosivo è stata lanciata contro la porta del centro antimafia e la lapide che ricorda l'omicidio del giovane militante assassinato dai boss nel 1978. "Quella casa è ormai un simbolo - dice Giovanni Impastato, il fratello di Peppino - non solo perché conserva la memoria di un ragazzo che non aveva paura di denunciare la mafia e le sue complicità, ma perché continua ad essere un centro che fa un'antimafia scomoda". Proprio nei giorni scorsi, da quella casa nel corso di Cinisi è partito un volantino: "Il Comune vuole per davvero intitolare la sala consiliare a Leonardo Pandolfo? - è scritto - Il giorno che avverrà, esponete anche questa foto". Ritrae l'ex sindaco e deputato assieme a Gaetano Badalamenti e ad altri personaggi in odore di mafia, compreso il padre di Peppino Impastato. Erano il comitato per i festeggiamenti in onore di Santa Fara. Quella fotografia, del 1952, il giovane Impastato l'aveva trovata nell'album di famiglia, così aveva iniziato a denunciare i rapporti fra mafia e politica. Adesso, quella foto è tornata a circolare in paese. "Evidentemente, questa e altre denunce non sono gradite", ribadisce Giovanni Impastato: "Non ci fermeremo". Intanto, ieri, il sindaco di Cinisi Salvatore Palazzolo aveva cercato di raffreddare la proposta dei due consiglieri di Forza Italia di intitolare l'aula a Pandolfo. E aveva rilanciato anche la candidatura Impastato nel dibattito sul nome. Ma al centro di documentazione intitolato al militante antimafia non basta: "Il Comune indica subito una manifestazione di solidarietà", ribatte Umberto Santino. La tensione resta alta a Cinisi. Ieri mattina, i carabinieri avevano interrogato decine di persone per cercare una traccia dei vandali. Ma non si è trovato un testimone. Da stamattina, sono in corso nuove indagini.
Fonte: la Repubblica