mercoledì, marzo 19, 2008

Dopo anni, ecco la sentenza...

MESSINA - I giudici della Corte d'assise d'appello hanno confermato la condanna all'ergastolo per il boss Gerlando Alberti jr e Giovanni Sutera accusati dell'omicidio della giovane Graziella Campagna, assassinata nel dicembre 1987 in un paese del messinese.
La Corte ha poi derubricato da favoreggiamento aggravato a quello semplice il reato di cui rispondeva la terza imputata, Francesca Federico, e quindi i giudici hanno dichiarato prescritto il reato. In primo grado la donna era stata condanna a quattro anni. La lettura del dispositivo è avvenuta dopo circa otto ore di camera di consiglio.
Alberti è stato arrestato in un'abitazione di Falcone (Messina), mentre Sutera è stato ammanettato a Empoli. Il boss, nonostante la condanna al carcere a vita in primo grado, era stato scarcerato nel 2006 per decorrenza dei termini, dovuta alla mancata deposizione della motivazione della sentenza entro i termini stabiliti.
Graziella Campagna aveva 17 anni quando venne assassinata nel Messinese. Lavorava come stiratrice in una lavanderia di Villafranca Tirrena, paesino in provincia di Messina. Nessun luogo al mondo sembrava più innocente di quella lavanderia, eppure è proprio in questo luogo che il destino di Graziella viene segnato da due boss mafiosi latitanti di Palermo che dimenticano un biglietto con degli appunti nella tasca di una giacca lasciata in lavanderia.
Graziella scopre che l'uomo che tutti in paese conoscono come l'ingegnere Cannata altro non era che il boss Gerlando Alberti junior, nipote dell'omonimo boss di Palermo. Il mafioso, per paura di essere scoperto, come emergerà dal processo, decide di eliminare la ragazza con l'aiuto di Giovanni Sutera.
La sera del 12 dicembre 1985 Graziella non torna a casa. Qualche giorno dopo il suo cadavere viene trovato a pochi chilometri di distanza da Villafranca Tirrena. Era crivellata di colpi di fucile che gli erano stati sparati da distanza ravvicinata.
Nessun motivo, nessuna ragione apparente dietro l'efferato omicidio. Un delitto su cui nessuno sembra, all'epoca, voler indagare. Eccetto il fratello Pietro, carabiniere, per il quale quella morte misteriosa diventa un'ossessione ed una ragione di vita.
Un'indagine, durata 20 anni, porterà lui e la sua famiglia a scoprire il male che viveva intorno a loro in quella provincia apparentemente tranquilla, ma dove la mafia faceva svernare latitanti coperti da una rete di complicità, connivenze e depistaggi.
Le inchieste negli anni Ottanta vengono stoppate, i procedimenti giudiziari annullati. Infine, dopo le dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia, il processo prende il via e si conclude nel dicembre 2004 con la condanna all'ergastolo di Alberti e del suo complice Sutera.
Ma il nipote del boss palermitano dopo un anno e mezzo torna in libertà perchè i giudici della Corte d'assise non depositano entro i termini stabiliti le motivazioni della sentenza di condanna e quindi viene annullata per decorrenza dei termini la custodia cautelare.
Alberti, infatti, rimasto in cella per altri reati, ha lasciato il carcere perchè avendo già scontato una condanna per traffico di droga e potendo beneficiare dell'indulto per gli altri reati di cui è stato ritenuto colpevole torna un uomo libero.
La vicenda suscita scalpore e il ministro Mastella nel settembre 2006 invia gli ispettori, che dopo alcuni mesi archiviano il caso sul magistrato che era stato accusato di avere ritardato il deposito delle motivazioni della sentenza.
19/03/2008
Fonte: La Sicilia

Nessun commento: