martedì, agosto 21, 2007

Commemorazione colonnello Russo

CORLEONE (PALERMO) - È stato celebrato nella contrada Ficuzza di Corleone, nel piazzale antistante il palazzo reale, il 30/mo anniversario dell'eccidio del colonnello dei Carabinieri Giuseppe Russo, barbaramente ucciso dalla mafia insieme al prof. Filippo Costa, l'amico con il quale era solito passeggiare nei periodi di vacanza che trascorreva in quella località. Alla cerimonia, preceduta da una messa nella cappella del palazzo reale officiata dall'Arcivescovo di Monreale, Salvatore Di Cristina, hanno presenziato il generale Giuseppe Barraco, comandante Interregionale dei Carabinieri di Messina, l'onorevole Giuseppe Lumia vice presidente della commissione antimafia, il Vice Prefetto Antonella D'Emiro, il Comandante Provinciale della Guardia di Finanza di Palermo Generale Carofiglio Francesco ed il Vicario Vice Questore Dr. Giuseppe Cucchiara, autorità Comunali. Alla cerimonia erano presenti inoltre: la figlia Benedetta, la moglie Mercedes e la nipotina del Col. Russo a nome Giulia. Il generale Giuseppe Barraco, comandante Interregionale dei Carabinieri di Messina, ha ricordato l'impegno del colonnello Russo nella lotta alla mafia e nell'intuizione nel comprendere l'interesse della nascente criminalità organizzata Corleonese nei confronti dei mafiosi palermitani, è stato inoltre letto un ricordo del col. Russo fatta dal generale di Corpo d'Armata in pensione Antonio Subranni, che da Maggiore, è succeduto al comando del nucleo Investigativo dei Carabinieri di Palermo.
20/08/2007
Fonte: La Sicilia

Partinico si muove

PARTINICO (PALERMO) - Nessun incarico di responsabilità ai funzionari collusi con la mafia. Lo stabilisce una delibera della giunta del comune di Partinico. La norma impedirà ai funzionari comunali indagati, di assumere incarichi con poteri di firma all'interno dell'Ente qualora, in caso di scioglimento per mafia, dovessero emergere elementi su collegamenti diretti o indiretti di pezzi della burocrazia con la criminalità organizzata. Partinico è il primo comune d'Italia che, sulla base delle ultime valutazioni elaborate dalla Commissione nazionale Antimafia, provvede ad ovviare alle lacune della legislazione nazionale sui comuni sciolti per mafia. "Traendo spunto dalle parole del Prefetto e del Questore - dice il sindaco di Partinico, Giuseppe Motisi - abbiamo voluto introdurre nel nostro ordinamento interno una regola chiara e puntuale che vincolerà anche in futuro l'amministrazione, per reprimere o prevenire fenomeni patologici di assoluta gravità, destinati a suscitare allarme sociale particolarmente intenso". "Fatta comunque salva l'applicazione delle misure sanzionatorie più gravi", la delibera stabilisce che i funzionari non possono ricoprire all'interno dell'ente, l'incarico di direttore generale, segretario generale, vice segretario, responsabile di settore, sostituto del responsabile di settore, responsabile degli uffici, responsabile unico di procedimento, componenti di uffici di staff o di altri organi di indirizzo e di controllo, nonchè ogni altro incarico di responsabilità. La proposta di deliberazione è stata predisposta dal segretario generale del comune, avvocato Lucio Guarino. "In questo modo - afferma - in caso di scioglimento, verrà troncato qualsiasi collegamento tra amministrazione e criminalità organizzata, collegamento che, come ci dimostra il dato dell'esperienza, è garantito non solo dalla politica ma soprattutto da esponenti di una classe burocratica che si pone sempre più spesso come referente principale delle organizzazioni criminali all'interno dell'Ente locale". L'appello dei parroci di Castellammare del Golfo. Anche i parroci di Castellammare del Golfo (Tp) lanciano un appello, con una lettera aperta letta anche nelle chiese ai fedeli, a ribellarsi contro i boss di Cosa nostra perchè "con la buona volontà e con il contributo di tutti si può vincere questo male oscuro della piovra". L' atto di accusa dei preti, diffuso in questi giorni che coincidono con la festa della Patrona, arriva dopo l'incendio la notte di Ferragosto che ha distrutto un 'azienda per la produzione di calcestruzzo. "Sentiamo il bisogno - si legge - dopo i fatti che hanno funestato il Ferragosto di gridare il nostro no deciso al malaffare, alla malavita organizzata e al racket che frena i progetti di sviluppo di un intero paese. Gli interessi della mafia sono sporchi e vanno contro la morale evangelica". E ancora: "La sfrontatezza di un potere occulto, che non si fa scrupolo di mandare in frantumi la fragile economia del paese gettando nello sconforto più famiglie, deve trovare lo sdegno e la condanna di quanti si professano cristiani". I parroci si chiedono retoricamente se "Castellammare sia la città della mafia", e sostengono che "questo marchio infame non può e non deve caratterizzare il paese". I preti sottolineano anche nella missiva "il silenzio assordante della società civile, dei mezzi di comunicazione e l'apparente latitanza dello Stato". La campagna dei ristoratori di Berlino. I ristoratori di Berlino, intanto, hanno lanciato oggi l'iniziativa "Mafia? no grazie!" impegnandosi a denunciare alle autorità le richieste del "pizzo" da parte di criminali. "Chi si piega alla mafia è una persona senza dignità" ha detto Laura Garavini dell'Uim, l'Unione Italiani nel Mondo che collabora all'iniziativa nata come reazione di base agli omicidi di Duisburg, nella conferenza stampa organizzata dai ristoratori italiani di Berlino."Non abbiamo nulla a che fare con la mafia e ci ribelliamo a ogni richiesta di pizzo - ha detto Garavini - Anche se non è detto che questo sia privo di pericoli. In Sicilia in una analoga iniziativa della società civile, gli imprenditori che avevano aderito si sono visti bruciare le loro aziende". Angelo Bolaffi, direttore dell'istituto di cultura italiano presso l'Ambasciata d'Italia a Berlino presente alla conferenza stampa, ha proposto una grande manifestazione a Berlino contro la mafia. "La gastronomia è una parte della cultura italiana. Se la gastronomia italiana è colpita dalla mafia allora tutta la nostra cultura ne risente" ha sottolineato Bolaffi. L'iniziativa, idealmente legata a "Addio al Pizzo" dei giovani siciliani, è aperta ai 300 ristoratori italiani di Berlino - 17 hanno già aderito - e del resto della Germania.
21/08/2007

Fonte: La Sicilia

venerdì, agosto 17, 2007

I bastardi non vanno in vacanza... Merde!!!

TRAPANI - Attentato incendiario ai danni della "Casa dei giovani" di padre Salvatore Lo Bue, la comunità per il recupero dei tossicodipendenti che sorge su un appezzamento di terra confiscato alla mafia, in contrada Zangara, a Castelvetrano. Qualcuno ha appiccato un rogo che ha distrutto dieci alberi di frutta, un carrello elevatore ed una pedana in legno utilizzata per incontri pubblici. Le fiamme non hanno raggiunto il magazzino, dove viene conservato l'olio di "Libera" prodotto dai ragazzi della comunità. Sull'attentato, il secondo in una settimana, indagano i carabinieri. Un altro sconcertante episodio si è verificato a Campobello di Mazara, dove ignoti piromani hanno preso di mira un terreno agricolo gestito dalla "Fondazione Onlus San Vito" di don Francesco Fiorino in un'area confiscata al boss Nunzio Spezia. Il rogo ha distrutto 49 ulivi e 110 alberi di agrumi. Lo rende noto il sindaco Ciro Caravà, secondo il quale "l'attentato è un atto vile che va condannato. A don Francesco Fiorino - aggiunge Caravà - va tutta la nostra solidarietà. A lui siamo vicini come Amministrazione e lo invitiamo ad andare avanti nella sua azione sociale, di recupero dei beni confiscati che così tornano in produzione legalmente". Per il vice presidente dell'Antimafia Beppe Lumia, gli attentati alle comunità gestite da padre Fiorino e padre Lo Bue sono "fatti gravissimi: guai a sottovalutarli, adesso come Stato dobbiamo dimostrare di essere più forti della mafia che intimidisce. Gli autori di questi vili atti vanno colpiti con rigore e severità, mentre le attività condotte da padre Lo Bue e padre Fiorino vanno sostenute con più mezzi e più risorse di quanti fatto finora".
17/08/2007
Fonte: La Sicilia

giovedì, agosto 16, 2007

Sette avvisi di garanzia

BARCELLONA (MESSINA) - Sono stati notificati dalla Guardia di Finanza, su disposizione del sostituto procuratore Olindo Canali, sette avvisi di garanzia relativi all'inchiesta sulla gara d'appalto per la ristrutturazione del teatro "Mandanici" di Barcellona. Tra gli indagati: il sindaco di Barcellona, Candeloro Nania; l'ing. Gaetano Calabrò; Pietro Grasso; l'arch. Sergio Nastasi; il prof. Raffaele Tommasini; l'arch. Salvatore Fazio e l'arch. Giuseppe Ippolito. Per tutti l'accusa è di abuso d'ufficio e concussione. Il teatro, per la cronaca, non è mai stato ultimato.
16/08/2007
Fonte: La Sicilia

martedì, agosto 14, 2007

Rettifica della rettifica

PALERMO - Sicario di cosa nostra e sindacalista. Il latitante Francesco Franzese è stato arrestato alla periferia di Palermo, nella villetta in cui si era rifugiato. L'uomo, 43 anni, era ricercato dal 2006 per omicidio: le forze dell'ordine erano sulle sue tracce da tempo e a maggio avevano scoperto che lavorava come capocantiere a Palermo. Capocantiere, responsabile della sicurezza e sindacalista: un'attività "pulita" che affiancava a quella della gestione delle estorsioni nella zona di San Lorenzo. Inoltre secondo gli inquirenti il boss - detto "Franco di Partanna" - stava preparando un agguato, anche se non si sa ancora quale fosse l'obiettivo. Con Franzese sono stati fermati due coniugi che abitavano nella villetta di via Salerno, Nadia Costanzo, 23 anni, e Giacomo Spatola, 28 anni, e Antonino Nuccio, 46 anni, che al momento del blitz si trovava con loro. Al momento dell'irruzione della polizia, il boss ha temuto si trattasse di un'esecuzione organizzata dai clan rivali. Ma, una volta capito di non aver possibilità di fuga (come aveva fatto invece a maggio dal cantiere) si è consegnato. Nel covo di via Salerno gli investigatori hanno trovato dei "pizzini", lettere e biglietti scambiati con il boss mafioso Salvatore Lo Piccolo, capo mandamento della zona di San Lorenzo, latitante da oltre 20 anni. Inoltre sono stati scoperti libri e registri con le cifre e i nomi delle persone che subivano le estorsioni. Per il questore di Palermo, Giuseppe Caruso, "Francesco Franzese è certamente un personaggio di spessore dentro Cosa nostra, il suo arresto è un nuovo colpo alla mafia sia per i suoi precedenti specifici, sia per la collocazione della famiglia mafiosa del territorio di Partanna-Mondello".
Fonte: La repubblica

Minacce agli imprenditori a Gela

Gela. «Non andate al Tribunale perché siete morti»: è scritta in dialetto gelese e arricchita dall'eloquente disegno di una croce, la lettera di minacce recapitata a Luca Callea e Matteo Consoli due dei sette imprenditori titolari delle ditte appaltatrici del servizio comunale della raccolta dei rifiuti per dieci anni costretti a pagare il pizzo a Stidda e Cosa Nostra. La lettera minatoria è giunta a destinazione alcuni giorni prima l'avvio dell'udienza preliminare, fissata per ieri davanti al Gup di Caltanissetta, contro quattordici esponenti storici di Stidda e Cosa Nostra, due dei quali oggi sono collaboratori di giustizia. Sono stati arrestati tutti a febbraio dalla polizia nell'ambito dell'operazione «Munda mundis». Fu il sindaco Rosario Crocetta, alcuni mesi prima del blitz della polizia a denunciare che sull'appalto comunale della raccolta dei rifiuti la mafia pretendeva un pizzo del 2% dell'importo dell'appalto affidato dal Comune ricavandone 216 mila euro l'anno. In dieci anni due milioni e mezzo di euro sottratti dalla mafia all'economia legale. A squarciare il velo sulle estorsioni è stato Rosario Trubia nel momento in cui, lo scorso autunno, è diventato collaboratore di giustizia. Era stato lui in persona, dal 1998 a curare quella maxi estorsione, compreso l'adeguamento della cifra nel passaggio dalla lira all'euro e l'ha raccontata con dovizia di particolari. La minaccia di morte, alla vigilia dell'udienza, non ha fatto retrocedere le vittime che invece vogliono essere risarcite dei soldi del pizzo. E non solo. Il loro avvocato prof. Alfredo Galasso chiede, a nome di ogni imprenditore 250 mila euro a ciascuno degli imputati per i danni morali. Per la prima volta in un processo antiracket a Gela le parti civili chiedono i danni per la reputazione lesa dell'azienda e per la grave limitazione alla libertà di iniziativa economica subita. All'udienza preliminare contro il racket delle estorsioni si sono costituiti, oltre agli imprenditori a titolo personale ed alle loro ditte, anche il Comune, la Fai e l'Associazione antiracket di Gela «Gaetano Giordano». Tutti ammessi come parte civile chiedono in totale 5 milioni e mezzo di euro di risarcimento. «Questi imprenditori non sono eroi - ha detto l'avv. Galasso - è gente che non ne ha potuto più. Tra rischiare la vita e rischiare il futuro anche dei propri figli ha fatto una scelta precisa. Mi auguro che questa loro iniziativa serva da sprone per dire basta al racket. Uno degli imprenditori mi ha detto, convinto, che se questa storia delle tangenti sui rifiuti finirà bene cioè con la condanna degli autori ed il risarcimento delle vittime, ci sarà la fila di imprenditori e commercianti disposti a collaborare». Renzo Caponetti presidente dell'Antiracket ha già una lista con 15 nomi nuovi tra imprenditori e commercianti che chiedono di entrare a fare parte dell'associazione antipizzo. A piccoli passi con una serie di denunce e le operazioni delle forze dell'ordine, Gela allenta la morsa del racket che soffoca la sua economia. «E - come ha ricordato l'assessore Elisa Nuara, avvocato dell'antiracket - fino ad oggi nessuno delle imprese di chi ha denunciato ha chiuso i battenti. Anzi la cooperativa agricola Agro Verde che stava per fallire per colpa della mafia, oggi con l'aiuto del Comune e dell'Antiracket sta vivendo una stagione di grande rilancio, Lo stesso deve avvenire per le imprese della raccolta dei rifiuti».
Fonte: Corriere della sera

La banda dei "ragazzi terribili"

Era la banda dei "ragazzi terribili" di Gela quella sgominata dai carabinieri che la notte scorsa, hanno compiuto otto arresti. Sono tutti ritenuti "picciotti" di Cosa Nostra e della Stidda che pero' godevano di una certa autonomia d'azione. Le ordinanze di custodia cautelare emesse dal gip del Tribunale di Caltanissetta, Giovambattista Tona, su richiesta dei pm della Dda Nicolo' Marino, Rocco Liguori e Alessandro Picchi erano in tutto 10 ma due indagati sono irreperibili e attivamente ricercati dagli uomini dell'arma su tutto il territorio nazionale. I carabinieri hanno chiamato l'operazione "Iron Man", perche' alcuni degli indagati sono ritenuti autori di una serie di furti relativi ad ingenti partite di tubi, profilati metallici e cavi in rame: erano "gli uomini del ferro". Ma la banda - secondo gli investigatori - era specializzata soprattutto nel mettere a segno estorsioni e danneggiamenti. La quasi totalita' dei furti che venivano commessi a Gela, oltre alle estorsioni e alle intimidazioni ai commercianti che non pagavano il pizzo, sarebbero stati opera dei componenti della "squadra" che rispondeva a Giuseppe Alferi, 27 anni, detto "U' Verru" uno degli otto giovani raggiunti stamattina dall'ordinanza di custodia in carcere.
Fonte: La Repubblica

Confische a Badalamenti

La quarta sezione della Corte d'assise di Palermo, presieduta da Renato Grillo, ha deciso di acquisire nuovi documenti per accertare la provenienza dei beni del boss e ha rinviato a settembre la decisione sull'eventuale confisca penale del patrimonio del capomafia di Cinisi Gaetano Badalamenti, morto nel 2004. Nonostante il decesso, i beni di 'don Tano', del valore approssimativo di cento milioni, sono stati gia' confiscati in virtu' di un decreto della sezione misure di prevenzione del Tribunale di Palermo, depositato il 5 luglio scorso. E' pero' ancora pendente un'istanza di confisca avanzata dalla Procura nell'ambito dei processi penali per omicidio, cui era stato sottoposto Badalamenti negli anni precedenti la morte, avvenuta in un carcere americano. Solo per uno dei delitti che gli erano stati contestati il capomafia di Cinisi era stato condannato in primo grado: si tratta dell'omicidio di Peppino Impastato, il militante di Democrazia proletaria che bersagliava di sberleffi e di critiche politico-giornalistiche "don Tano seduto" dai microfoni dell'emittente locale "Radio Aut". La confisca ha compreso anche la palazzina di corso Umberto, a Cinisi, in cui risiedevano i prossimi congiunti di Badalamenti: e' la casa a "cento passi" dall'abitazione di Impastato, quella che ha dato il titolo al film sulla vicenda del giovane extraparlamentare di sinistra fatto saltare in aria il 9 maggio del 1978, sulla ferrovia Palermo-Trapani. Gaetano Badalamenti era detenuto negli Usa per scontare 44 anni di carcere per il traffico di droga denominato "Pizza connection". Il suo difensore, l'avvocato Paolo Gullo, ha sostenuto che la confisca dei beni del morto, decisa dal Tribunale di Palermo, e' "allucinante" e che non ha fondamento giuridico. Il legale conta sul dissequestro dei beni da parte della Corte d'assise e afferma che il provvedimento piu' favorevole al "prevenuto" farebbe cadere anche la confisca disposta dalla sezione misure di prevenzione.
Fonte: agi.it

24 provvedimenti di custodia cautelare

AGRIGENTO - Ventiquattro provvedimenti di custodia cautelare sono stati eseguiti nei confronti di presunti responsabili di decine di omicidi e tentati agguati avvenuti nell'Agrigentino negli anni Novanta. I provvedimenti sono stati emessi dal gip del tribunale di Palermo su richiesta della Direzione distrettuale antimafia del capoluogo siciliano. Gli ordini di custodia cautelare riguardano indagati della provincia di Agrigento, alcuni dei quali già detenuti a Benevento, L'Aquila, Livorno, Napoli, Nuoro, Parma, Roma e Voghera. L'inchiesta è stata condotta dagli agenti della Squadra mobile di Agrigento. Gli indagati sono ritenuti a vario titolo responsabili dei reati di associazione mafiosa, di dieci omicidi e di tre tentati omicidi. All'inchiesta hanno contributo le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia agrigentini, Ignazio Gagliardo, Maurizio e Beniamino Di Gati.
Fonte: Corriere della sera

Summit a Bronte

CATANIA - Equilibri da ricostruire, alleanze nuove con Cosa nostra di Catania per fare fronte a Bronte agli storici rivali della cosca Montagno Bozzone. Per questo il latitante Roberto Boncaldo, 42 anni, avrebbe incontrato alcuni esponenti del clan di Salvatore Catania, un "contatto" tra un gruppo locale e la "famiglia" Santapaola, alla ricerca di sinergie comuni negli affari illeciti. È lo scenario ricostruito dai carabinieri dietro al summit mafioso interrotto da un blitz dei militari dell'Arma in una masseria isolata di contrada Cattaino a Bronte, che ha portato all'arresto del latitante e di altre otto persone. Boncaldo, santapaoliano del rione S. Giovanni Galermo, cognato dei fratelli Guidotto, cresciuto nell'ex clan del boss poi pentito Giuseppe Pulvirenti, era l'interlocutore di Cosa nostra con la cosca brontese di Salvatore Catania. Quest'ultima, ipotizzano i carabinieri, si era rivolta alla "famiglia" Santapaola per compiere un salto di qualità nella gestione degli affari illeciti, ma soprattutto per cercare di contrastare il clan rivale guidato da Francesco Montagno Bozzone, il boss che miracolosamente è scampato a tre agguati. A Bronte, ipotizzano i magistrati della Procura di Catania, potrebbe essersi ricostruita la stessa dinamica che negli anni ha portato ad una scissione in Cosa nostra: Montagno Bozzone sarebbe in qualche modo vicino ai "falch" di Santo Mazzei; mentre la cosca Catania cercherebbe di consolidare e potenziare i collegamenti con le "colombe" di Benedetto Santapaola.
13/08/2007
Fonte: La Sicilia