lunedì, settembre 10, 2007

Anniversario Ievolella

Palermo, 10 set. - Ventisei anni fa veniva ucciso in un agguato mafioso, a Palermo, il maresciallo dei carabinieri Vito Ievolella. Il graduato fu ammazzato in piazza Principe di Camporeale, mentre si trovava con la moglie Iolanda. Per l'omicidio sono stati condannati all'ergastolo, con sentenza definitiva della Cassazione, il boss della Kalsa Tommaso Spadaro, considerato il mandante, e Giuseppe Lucchese, l'esecutore materiale. A costare la vita a Ievolella furono le sue indagini sul contrabbando di sigarette e stupefacenti nel rione palermitano della Kalsa. Oggi, alle 12.30, nel luogo dell'omicidio, si e' svolta una cerimonia militare con la deposizione di una corona di fiori. Alle 17, il sottufficiale sara' ricordato al comando provinciale dell'Arma, alla presenza dei familiari. Infine, domani, alle 16.45, e' in programma una messa nella parrocchia Maria Santissima del Carmelo. "E' stata una figura esemplare di servitore dello Stato per la sua abnegazione al senso del dovere fino al sacrificio della vita", commenta il vicepresidente della commissione parlamentare Antimafia, il deputato dei Ds Giuseppe Lumia, per il quale "ricordare oggi il maresciallo dell'Arma dei carabinieri Ievolella significa anche non dimenticare gli innumerevoli servitori delle nostre istituzioni democratiche che quotidianamente svolgono, spesso al riparo dai riflettori, il lavoro a difesa della legalita'".
Fonte: agi.it

Le solite parole?

PALERMO - Le intimidazioni subite nei giorni scorsi dal Centro Padre Nostro fondato da Don Pino Puglisi, il parroco di Brancaccio ucciso nel '93 dalla mafia, sono state l'argomento affrontato nel corso di una riunione del comitato per l'ordine e la sicurezza pubblica, presieduto dal prefetto di Palermo Giosuè Marino. L'ultimo atto intimidatorio denunciato dai volontari del Centro riguarda l'incendio di alcune sterpaglie nella zona dove dovrebbe sorgere un campo sportivo polivalente. Alla riunione del comitato sono intervenuti il parroco di Brancaccio e successore di Don Pino Puglisi, padre Mario Golesano, e Antonio Di Liberto, presidente del Centro. Entrambi hanno lamentato il mancato avvio dei lavori di ristrutturazione di numerose strutture pubbliche a Brancaccio, fra cui alcuni edifici di via Hazon, di un lavatoio e di un centro per anziani, per i quali la Regione e il Comune si erano impegnati nel luglio scorso."Basta con la burocrazia fetente. Basta con le parole, vogliamo fatti. Brancaccio è stanca di aspettare", ha detto Padre Golesano nel corso dell'incontro. Il presidente della Regione Salvatore Cuffaro ha annunciato che mercoledì prossimo la giunta regionale si riunirà a Brancaccio in seduta straordinaria. "Abbiamo deciso di dare un segnale concreto - ha spiegato il presidente - e il massimo apporto possibile del Governo della Regione, in risposta ai vili atti intimidatori". Il sindaco di Palermo Diego Cammarata ha invece annunciato che con i fondi della Legge 285 sarà possibile costruire un campo polifunzionale: "Una risposta concreta ai bisogni del quartiere - ha detto - e una risposta immediata ai gravi atti intimidatori subiti dal Centro".
10/09/2007

Fonte: La Sicilia

sabato, settembre 08, 2007

In marcia con Lirio

PALERMO - Diverse centinaia di persone hanno partecipato alla manifestazione organizzata per testimoniare solidarietà a Lirio Abbate, cronista dell'Ansa, vittima di intimidazioni. Presenti politici, cronisti, sindacalisti ed esponenti della società civile. I sindaci di Palermo e Castelbuono, comune di nascita di Abbate, hanno inviato i gonfaloni delle città per dimostrare solidarietà."Ringrazio tutti per la solidarietà e l'affetto che mi sono stati dimostrati ed in particolare i colleghi che ogni giorno insieme a me sono impegnati a raccontare la cronaca di questa Palermo e di questa Sicilia": queste le parole del cronista, Lirio Abbate, durante la marcia di solidarietà per le strade di Palermo."La manifestazione dimostra che la libertà di stampa è una libertà inalienabile. L'unico modo di fare giornalismo è quello di Lirio Abbate". Lo ha affermato il presidente nazionale dell'Ordine dei giornalisti, Lorenzo Del Boca, poco prima della partenza del corteo radunatosi in piazza Croci."La minaccia al cronista Lirio Abbate non è caduta nel vuoto. La reazione della società si sta dimostrando forte e decisa". Lo ha detto il vice presidente della commissione nazionale antimafia Giuseppe Lumia che ha proseguito: "Adesso è il momento della politica. Dobbiamo colpire i mafiosi prima che loro possano colpire noi". Parole fraterne sono arrivate dal direttore responsabile dell'Ansa, Giampiero Gramaglia: "Siamo qui per portare solidarietà e, noi dell'Ansa, anche la nostra amicizia e ammirazione, a Lirio Abbate per il coraggio con cui affronta questo difficile momento"."Quella di oggi è la testimonianza della città sana - ha dichiarato il sindaco di Palermo, Diego Cammarata - che ha sempre reagito con dignità e determinazione nei momenti in cui ha subito la violenza. Le istituzioni ci devono seguire e far crescere per sperare in un futuro che faccia della battaglia per la legalità un valore essenziale"."Quello che mi ha colpito di più è che oggi in piazza, a Palermo, sono scese tante mamme con i loro bambini". Lo ha dichiarato Enzo Iacopino, segretario nazionale dell'Ordine dei giornalisti. "Manifestazioni come questa - ha proseguito - possono essere una risorsa prodigiosa per una maggiore consapevolezza collettiva"."La difesa dei diritti dei cittadini e della libertà di informare sono i baluardi di un giornalismo di verità che non può e non vuole accettare ricatti e condizionamenti". Lo dicono, in una nota, il presidente della Fnsi Franco Siddi e il segretario generale aggiunto Luigi Ronsisvalle. "I giornalisti siciliani sono da sempre schierati in prima linea - aggiungono - in una battaglia mai conclusa e alla quale - nonostante il pesante sacrificio di vite umane già sofferto - non intendono rinunciare, anche a costo di pagare altri pesantissimi prezzi in termini personali. Un impegno quotidiano nel raccontare e testimoniare, con professionalità e onestà, la realtà di una terra complessa e difficile, dove il potere mafioso cerca di incunearsi a forza"."Il sindacato unitario dei giornalisti italiani - concludono - che ha aderito alla manifestazione di oggi a Palermo, è da sempre schierato al fianco di colleghi come Lirio Abbate che della testimonianza della verità hanno voluto fare una ragione professionale e di vita, disposti a non abbassare mai la testa e a lavorare difendendo a ogni costo il senso dell'onore". 08/09/2007
Fonte: La Sicilia

Lumia si candida

PALERMO - Sviluppo produttivo e vantaggi fiscali per le imprese, più servizi per i cittadini, dal welfare alla mobilità, ma anche incremento dell'energia eco-compatibile e sinergia con i Paesi del Mediterraneo. Questi alcuni dei punti del programma di Giuseppe Lumia, vicepresidente della Commissione nazionale antimafia, che oggi a Palermo ha ufficilizzato la propria candidatura per la corsa alla segreteria regionale del Pd. All'incontro erano presenti, tra gli altri, anche Italo Tripi, segretario generale della Cgil siciliana ed il deputato dell'Ars Pino Apprendi."La mia - ha detto - non è una passiva e burocratica adesione a un partito nuovo. Intendo portare avanti la Sicilia del cambiamento. Ed il Partito democratico può essere la guida di questa rivoluzione. Abbiamo scelto il sistema delle primarie per mettere nelle mani dei cittadini la decisione su quali dirigenti debbano organizzare e strutturare il Partito democratico". Per ottenere un vero rinnovamento, secondo Lumia "è necessario liberare l'Isola da tre vincoli. Innanzitutto dalla mafia. Come ha già fatto il movimento antiracket, così la politica deve compiere una scelta coraggiosa non candidando più esponenti che, al di là della responsabilità penale, hanno un sistema di relazioni con boss e fiancheggiatori di Cosa Nostra".
08/09/2007
Fonte: la Sicilia

Mulè evade i domiciliari

MESSINA - L'ex boss del rione Giostra, Giuseppe Mulè, 50 anni, già da tempo malato di Aids, è fuggito dalla sua abitazione dove si trovava agli arresti domiciliari per le sue gravi condizioni di salute. Ad agosto il Tribunale di sorveglianza di Milano aveva deciso che Mulè tornasse agli arresti ospedalieri, ma l'ex boss di Giostra non è stato trovato in casa. Nel '98 l'uomo era già scappato dal reparto di malattie infettive dell'ospedale "Margherita" di Messina ed era fuggito per due settimane prima di essere rintracciato e riportato in carcere. Giuseppe Mulè è stato condannato all'ergastolo per quattro omicidi e tre tentativi di omicidio nell'ambito del maxi-processo "Peloritana 2".
08/09/2007
Fonte: La Sicilia

giovedì, settembre 06, 2007

Dalla Chiesa

Palermo rende omaggio al prefetto dei 100 giorni, il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa assassinato la sera del 3 settembre 1982. Nell'agguato di via Isidoro Carini morirono anche la moglie del generale Emanuela Setti Carraro e l'agente di scorta Domenico Russo. Venticinque anni dopo alla cerimonia di commemorazione corone di fiori sostituiscono la scritta «Qui è morta la speranza dei palermitani onesti», che poche ore dopo i massacro apparve sul luogo del triplice omicidio. «Occorre fare in modo che il sacrifico del generale Dalla Chiesa non resti vano» ha dichiarato il procuratore nazionale Pietro Grasso «bisogna tesaurizzare gli insegnamenti che ci ha lasciato sia in relazione al modo di condurre le indagini, sia sotto il profilo umano e dell'impegno». «Mi auguro» ha aggiunto Grasso «che si tragga esperienza dal passato: quando lo Stato di fronte ad una presa di posizione forte della mafia ha avuto una reazione globale e concreta». «Certamente» conclude «negli ultimi tempi c'è un ulteriore pressione di Cosa Nostra sotto il profilo delle intimidazioni». Ma soprattutto il procuratore ha sottolineato come «ancora oggi non sia del tutto chiaro il contesto nel quale è maturato questo efferato assassinio» per il quale sono stati condannati all'ergastolo i boss Antonio Madonia e Vincenzo Galatolo e a quattrodrici anni di carcere i collaboratori di giustizia Paolo Anselmi e Calogero Ganci. «Qualcuno» ha continuato Grasso «voleva ucciderlo già tre anni prima del suo insediamento a Palermo». Il procuratore ha ricordato anche la richiesta coraggiosa del generale Dalla Chiesa di assumere poteri di coordinamento avendo compreso la necessità di «far convergere contributi diversi nella medesima direzione». «A venticinque anni dall'efferato omicidio del prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa, di sua moglie Emanuela Setti Carraro e dell'agente della polizia di stato Domenico Russo, avvertiamo con speciale intensità il valore del suo impegno al servizio delle istituzioni democratiche», scrive il Presidente della camera Fausto Bertinotti, in un messaggio al prefetto di Palermo Giosuè Marino. «Nella sua profonda adesione ai valori della costituzione repubblicana e nel rigore civile e morale che ne hanno segnato il difficile impegno contro il terrorismo e contro la mafia, la comunità nazionale continua a trovare un importante punto di riferimento cui debbono guardare con grande attenzione i giovani, i movimenti e le associazioni che con il proprio entusiasmo e la propria capacità di proposta animano l'azione di contrasto della società civile alla violenza della criminalità organizzata». Dopo le celebrazioni nella Chiesa di Santa Maria Monserrato a piazza Croci è seguita la cerimonia di titolazione al generale Dalla Chiesa della caserma sede del Comando regionale carabinieri Sicilia. «Il generale Dalla Chiesa aveva senso dello Stato, spirito di giustizia, onestà e temperamento. E aveva un'istintiva generosità e profonda umiltà. È un'icona del nostro tempo che suscita rispetto e ammirazione non solo tra i militari dell'Arma» dice Gianfrancesco Siazzu, comandante generale dell'Arma dei carabinieri, che aggiunge «la signora Agnese Borsellino è la madrina della cerimonia». Agnese Borsellino è la vedova del magistrato Paolo, ucciso nella strage di via d'Amelio il 19 luglio 1992 a Palermo. «Bisogna creare una mobilitazione generale di persone che sentano come decisiva la lotta alla mafia» dichiara invece il sottosegretario agli Interni, Alessandro Pajno durante la cerimonia. «Il cambio culturale di mentalità». In tal senso si muove la decisione di Confindustria, di espellere dall'associazione chi paga il «pizzo». «Si tratta di un passo importante» ha aggiunto Pajino. «Confindustria avrà il sostegno dello Stato. Le forme e i modi saranno esaminate e successivamente decise, ma il governo non lascerà solo chi ha capito che pagare il pizzo è un disvalore.
Fonte: L'Unità

"Gestire i beni confiscati"... Un'arma a doppio taglio?

PALERMO - È stato siglato il protocollo d'intesa per la confisca di 258 immobili appartenuti alle organizzazioni mafiose. L'importante accordo è stato sottoscritto dal vice ministro dell'Economia e delle Finanze, Vincenzo Visco, dal prefetto di Palermo Giosuè Marino, dal sindaco di Palermo Diego Cammarata e dal direttore dell'Agenzia del Demanio Elisabetta Spitz. Con la firma del protocollo si registra un'inversione di tendenza: il numero dei beni destinati supera il numero dei beni in gestione. Sono complessivamente 4.045 i beni confiscati finora destinati, contro i 3.654 ancora in gestione. Da gennaio ad oggi, infatti, l'Agenzia del Demanio ha destinato 552 immobili confiscati. I beni destinati al Comune di Palermo passano dal 22% al 38%, segnando un decisivo passo in avanti nella lotta a Cosa Nostra. L'obiettivo di questo accordo - è stato detto in Prefettura - è garantire procedure più snelle per il trasferimento dei beni confiscati e superare le numerose criticità che questi beni presentano (gravami ipotecari, occupazione abusiva, identificazione del proprietario effettivo e degli esatti estremi identificativi catastali), per essere destinati e utilizzati a fini sociali o istituzionali. L'atto firmato a Palermo s'inserisce nell'ambito dei progetti territoriali che l'Agenzia del Demanio ha già avviato con i Comuni di Roma e Reggio Calabria, a cui sono stati destinati rispettivamente 57 e 48 immobili per garantire un più rapido trasferimento e utilizzo dei beni confiscati alla criminalità organizzata."Non ci sono solo gli immobili tra i beni confiscati, ci sono anche partite finanziarie. Il Governo sta lavorando per definire una procedura di gestione, un luogo dove queste risorse vanno allocate. In genere è il ministero del Tesoro a gestire le liquidità". L'ha annunciato il vice ministro dell'Economia e delle Finanze, Vincenzo Visco, intervenuto alla firma del protocollo per il trasferimento dall'Agenzia del Demanio al Comune di Palermo di 258 beni immobili. Soddisfatto il sindaco di Palermo, Diego Cammarata: "Siamo riusciti ad ottenere anche l'assegnazione degli immobili in cui troveranno sede uffici e scuole comunali con un'evidente riduzione degli oneri che il Comune sostiene per l'affitto degli edifici. Si tratta di immobili provenienti dai patrimoni sequestrati alla mafia che costituiranno un arricchimento per l'intera collettività. Negli ultimi anni siamo riusciti ad ottenere parte di questi beni - ha continuato - soprattutto abitazioni, per destinarli ai cittadini meno abbienti, dando una risposta all'emergenza-casa. Questo è stato possibile grazie a una nostra richiesta del gennaio 2003 accolta dal Commissario straordinario del Governo per la gestione dei beni confiscati". Leoluca Orlando, portavoce nazionale dell'Italia dei Valori ed ex sindaco di Palermo, ha espresso a Vincenzo Visco il proprio apprezzamento "per la sensibilità politica mostrata dal Governo con la realizzazione del protocollo d'intesa sull'utilizzo e la destinazione dei beni immobili confiscati alla mafia. Questo - spiega Orlando - rappresenta un duplice risultato di questa legislatura: l'adempimento ad un impegno preso dal Governo ed un segno di discontinuità politica che da tempo si aspettava. Affrontare il problema dell'emergenza abitativa nelle grandi città, anche attraverso la restituzione dei beni confiscati alla mafia, consente alle Istituzioni di recuperare credibilità sociale e, contemporaneamente, permette di rafforzare l'efficace lotta alla criminalità per mezzo del sequestro dei patrimoni". Dello stesso avviso il prefetto di Palermo, Giosuè Marino: "Il progetto di una nuova legge che disciplini la materia dei beni confiscati è un obiettivo importante per superare le problematicità giuridico-amministrative che rallentano le assegnazioni".
05/09/2007

Fonte: La Sicilia

Polemica su un mancato arresto di Provenzano

PALERMO - È finita davanti al Consiglio dell'Ordine degli avvocati di Palermo la polemica tra i penalisti Piero Milio e Fabio Repici, esplosa il 5 luglio scorso nell'aula dell'udienza preliminare del processo scaturito dalle denunce incrociate tra gli ex vertici del Ros Mario Mori (ex direttore del Sisde), il generale dei carabinieri Antonio Subranni e il colonnello Mauro Obinu da una parte, e il tenente colonnello Michele Riccio dall'altra. Sullo sfondo la mancata cattura nel '95, a Mezzojuso, nel Palermitano, del boss Bernardo Provenzano. Milio, difensore di Mori, Subranni e Obinu, ha contestato la memoria presentata dal suo collega Repici, del Foro di Messina, difensore di Riccio, nella quale vengono ricostruiti una serie di episodi che sollevano pesanti interrogativi sull'operato dei vertici del Ros. Nel suo esposto, Milio ha definito la memoria "un libello diffamatorio", chiedendo all'Ordine degli avvocati di valutare l'opportunità di un intervento disciplinare nei confronti di Repici. Il presidente del Consiglio forense, Enrico Sanseverino, ha annunciato che nei prossimi giorni affiderà il caso ad un relatore per verificare la fondatezza delle osservazioni di Milio. Per il mancato blitz di Provenzano, Mori, Obinu e Subranni sono accusati di favoreggiamento aggravato dall'aver agevolato Cosa Nostra. Nei loro confronti, il Pm Nino Di Matteo ha chiesto l'archiviazione, così come nei confronti di Michele Riccio, denunciato a sua volta dai tre ufficiali per calunnia. Il Gup Maria Pino scioglierà la riserva decidendo se archiviare la posizione di tre ex capi del Ros o se chiederne l'imputazione coatta; oppure se invocare la prosecuzione delle indagini.
06/09/2007
Fonte: La Sicilia

Napolitano risponde

IL CAPO dello Stato, Giorgio Napolitano, risponde a Andrea Vecchio, l'imprenditore di Catania nel mirino della mafia, e rivolge il «più convinto appello al governo, al Parlamento, alle Assemblee e agli organi di governo regionali e locali, perchè siano adottate ulteriori misure, destinate adeguate risorse, attuati i necessari coordinamenti, che consentano di superare inefficienze inaccettabili». Una lettera, quella che gli ha indirizzato il presidente dell'Associazione costruttori di Catania, che Napolitano ha letto «con senso di forte partecipazione e adesione». «Le offese e i rischi a cui sono esposti i suoi figli, la sua famiglia, la sua impresa, meritano in quanto tali la massima attenzione e tutela da parte delle forze dello Stato», scrive il presidente della Repubblica. Che, rivolto sempre a Vecchio, aggiunge: «Lei dice molto bene quando sottolinea che è lo Stato stesso ad essere attaccato da azioni criminali, di stampo mafioso. L'aspirazione ad uno Stato efficiente, che garantisca la vita quotidiana di tutti i cittadini e in particolare l'attività di quanti vogliano concorrere da protagonisti vivi allo sviluppo della Sicilia, del Mezzogiorno, del Paese, è sacrosanta. E se lo sforzo, che lei pure riconosce, delle autorità poste a presidio della legalità e dell'ordine pubblico, in questo momento non basta, come lei afferma, per vincere la sfida della criminalità organizzata, io esprimo, nell' ambito delle mie responsabilità istituzionali, il più convinto appello» affinchè a questa sfida siano destinate adeguate risorse e ulteriori misure. Intanto, la proposta della Confindustria siciliana di espellere gli imprenditori che pagano il pizzo continua a tenere banco. La linea nazionale sarà decisa nel prossimo comitato di presidenza di Confindustria, previsto per mercoledì, ma all'espulsione si sono detti contrari sia gli industriali di Brindisi che della Calabria. Le motivazioni sono analoghe. «Accettare un simile provvedimento equivarrebbe alla figura di quel padre che decide di abbandonare il figlio in difficoltà», afferma Massimo Ferrarese, presidente della Confindustria di Brindisi. «Non me la sento di espellere un collega che decide, forzatamente e sotto violenza, di pagare il pizzo. Bisognerebbe invece cacciare chi paga le tangenti», aggiunge il presidente di Assindustria Calabria, Umberto De Rose. E se il commissario straordinario antiracket, Raffaele Lauro, propone «un patto tra Confindustria, Confcommercio, Confesercenti affinchè stabiliscano un giorno a partire dal quale tutti i loro iscritti non paghino più il pizzo», il sen. Alfredo Mantovano, di An, ricorda che «è da 5 anni che Confindustria ha sottoscritto, con le altre associazioni di categoria, un impegno antiracket con l'allora ministro Pisanu. Perchè non recuperare quella Dichiarazione di intenti e riprendere a darle attuazione?». Secondo la Confesercenti «la decisione di Confindustria va considerata come una estrema ratio»; prima occorre sostenere le vittime del racket per «indurle alla denuncia con le garanzie da parte dello Stato di aiuti concreti».
Fonte: Il tempo

Bomba sotto la macchina di un giornalista

Fonte: articolo21.com, di Bruna Iacopino
Giornalisti imbavagliati, giornalisti sotto scorta, giornalisti cui viene negato il diritto più elementare, quello che li fa essere tali: la libertà di espressione. È di ieri l’ultima rivelazione riguardante Lirio Abbate, corrispondente Ansa e giornalista della Stampa da Palermo. La notte di sabato due loschi figuri hanno cercato di posizionare un ordigno esplosivo sotto la sua vettura. Gli uomini della scorta che lo seguono dal maggio di quest’anno hanno fortunatamente sventato la tragedia, i due però sono fuggiti facendo perdere le loro tracce: dopo le intimidazioni, si è passati ai fatti. Lirio è colpevole di aver condotto diverse inchieste svelando le connessioni tra mafia e potere, poi riportate abilmente nel libro “I complici. Tutti gli uomini di Bernardo Provenzano da Corleone al Parlamento” scritto in collaborazione con Peter Gomez. Lirio era presente al momento dell’arresto di Bernardo Provenzano, aveva ricostruito tutte le fasi del bliz, ha continuato a seguire in Sicilia tutti i maggiori processi di mafia, si è occupato di indagare i traffici illegali della criminalittà organizzata e ha relaizzato reportage sugli sbarchi di calndestini in Sicilia. Un giornalistia coraggioso, non c’è che dire, un giornalista che, nel momento in cui denuncia la trasformazione di cosa nostra, che dopo aver abbandonato la doppietta ha scelto di indossare il doppiopetto, con la complicità silente e colpevole delle istituzioni e dei media, risulta scomodo, perché parla troppo. Anche ultimamente, Lirio era tornato a parlare a Cinisi, denunciando l’assurda pratica di nominare, all’interno delle pubbliche amministrazioni, indagati per mafia come a Palermo. Dopo un soggiorno di alcuni mesi a Roma, alla redazione centrale, il giornalista decide di fare ritorno in Sicilia e immediate tornano le minacce: il messaggio è chiaro, non vogliono che continui ad occuparsi di certi affari. Del resto è anche vero, come sottolinea lui stesso in un’intervista rilasciata a Repubblica, che un giornalista sotto scorta non può più fare il lavoro che faceva prima, allo stesso modo, nessuno sarà più disposto a “fornirgli informazioni”, dovrà attenersi alle fonti ufficiali… Lo sconforto e la sensazione di impotenza si fanno sentire prepotenti in quello che dice, quando da parte della società civile e da parte di coloro che fanno il tuo stesso lavoro dentro la stessa città si continua a non voler vedere e non voler guardare: allora c’è il dramma dell’uomo isolato che ha messo a rischio se stesso e la propria famiglia, per cosa? (si chiede lui) La stessa sorte è toccata a Dino Paternostro, che ha visto la sua macchina incendiata a gennaio dello scorso anno, anche lui impegnato in una seria azione di lotta e di denuncia contro la mafia, anche per lui c’era stata la necessità di una scorta. E non bisogna dimenticare l’esempio di Roberto Saviano, che in seguito alla pubblicazione di Gomorra vive totalmente blindato, con la paura costante che la ritorsione possa colpire una persona cara. Accanto a loro, c’è poi anche chi, in nome della libertà di informazione ha immolato la propria vita pagando a caro prezzo il coraggio*: -Cosimo Cristina, collaboratore de "L'Ora"di Palermo, ucciso il 5 maggio 1960, inizialmente archiviato come suicidio: Cristina aveva ricostruito un delitto di mafia avvenuto a Termini Imerese. - Mauro De Mauro, anch’egli collaboratore de L’Ora di Palermo, scomparso il 16 settembre 1970, aveva pubblicato un’interessante inchiesta sui rapporti tra mafia e gruppi eversivi. Il cadavere non venne mai ritrovato. - Giovanni Spampinato, ucciso il 27 ottobre 1972, collaboratore de "L'Ora" e "L'Unità" impegnato ad indagare l'intreccio di affari, trame neofasciste e malavita nella città di Ragusa. - Peppino Impastato, il cui corpo venne ritrovato il 9 maggio del 1978, aveva più volte denunciato la mafia di Cinisi attraverso la radio da lui fondata, Radio Out. - Mario Francese, ucciso il 26 gennaio 1979, cronista giudiziario de "Il Giornale di Sicilia. Il primo a denunciare la pericolosità dei corleonesi di Totò Riina. - Giuseppe Fava, assassinato il 5 gennaio 1984. Aveva fondato "I Siciliani", giornale che aggrediva i grandi gestori degli appalti di Catania, collusi con la mafia. - Giancarlo Siani, ucciso il 25 settembre 1985 dai sicari della Camorra. Corrispondente de "Il Mattino" di Napoli aveva denunciato alcuni traffici di Torre Annunziata. - Mauro Rostagno ucciso il 26 settembre 1988: attraverso un’emittenete privata nel trapanese aveva urtato la sensibilità di non pochi esponenti di cosa nostra. - Beppe Alfano, ucciso l'8 gennaio 1993, corrispondente del quotidiano"La Sicilia". Aveva denunciato apertamente i lati oscuri dei grandi appalti pubblici dell'asse Messina– Palermo. Parlare di Abbate, Saviano, Paternostro è un conforto, il messaggio di chi li ha preceduti è ancora vivo, e forse altri, un giorno, decideranno di seguirlo allo stesso modo. Noi, al momento, non possiamo far altro che esprimere solidarietà a questi colleghi perché degni rappresentanti di chi fa seriamente e con convinzione questo lavoro, impegnandoci nei nostri limiti, a non dimenticare...
*Si guardi: "Gli insabbiati. Storie di giornalisti uccisi dalla mafia e sepolti dall'indifferenza" di Luciano Mirone- Edito da Castelvecchi, Roma, 1999