venerdì, dicembre 28, 2007

Contrada sta bene, stia in carcere!

SANTA MARIA CAPUA VETERE - Soffre di ischemia e di patologie broncopolmonari, oltre che di diabete, eczema, depressione. E tuttavia "le patologie da cui è affetto il detenuto Bruno Contrada non sono gravi", scrive il giudice. E soprattutto: "Esse non appaiono, allo stato, non trattabili in carcere". C'è già il no ufficiale di un magistrato di Sorveglianza sul caso che divide schieramenti politici ed opinione pubblica, mentre la richiesta di grazia avanzata a favore dell'ex numero 3 del Sisde Bruno Contrada, attualmente rinchiuso nel carcere militare di Santa Maria Capua Vetere (condannato a 10 anni per concorso in associazione mafiosa, fine pena segnata per ottobre 2014) alimenta il dibattito sull'istruttoria aperta dal ministro della Giustizia Clemente Mastella, e infiamma l'attesa intorno alla futura decisione del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, cui spetta in via esclusiva il potere di concedere il provvedimento di clemenza individuale.Ieri altra sequenza di contrastanti pareri. Insorgono contro l'ipotesi della grazia il presidente della commissione antimafia Francesco Forgione ("Sarebbe il primo atto di clemenza per un reato di mafia nel nostro Paese, e non rappresenterebbe un buon segnale"); la vicepresidente dell'Associazione dei familiari delle vittime della strage di via dei Georgofili, Giovanna Chelli ("Contrada venga curato e sconti la pena, ma se gli pesa: allora parli e chissà che non sappia qualcosa che ci riguarda"). Mentre il leader di An Gianfranco Fini riflette: "Il Presidente Napolitano sa cosa fare. Non si può fare come al bar". A favore della grazia il deputato azzurro Chiara Moroni. E al ministro Di Pietro che bacchettava il Guardasigilli, il ministro Mastella replica: "Non ho mai detto che la grazia a Contrada fosse un atto dovuto". La prima fumata nera per l'ex alto funzionario Sisde risale al 12 dicembre scorso: riguarda la richiesta di differimento di pena avanzata dai legali, bocciata in fase provvisoria. Il magistrato Daniela Della Pietra dell'Ufficio di sorveglianza di Santa Maria Capua Vetere, infatti, dopo aver riportato la relazione sanitaria elaborata da un tenente colonnello del carcere - in cui si riconosce che "ancorché le patologie presentate dal detenuto Contrada non configurino una condizione di imminente pericolo di vita, si ritiene che lo stato detentivo costituisca una prevedibile causa di grave peggioramento" - valuta che quei malanni "non possono dirsi gravi e non trattabili in carcere". Sull'istanza si pronuncerà in via definitiva il Tribunale di sorveglianza di Napoli nell'udienza già fissata dal presidente Angelica Di Giovanni per il 24 gennaio: data peraltro definita "troppo lontana" dal legale Giuseppe Lipera che, insieme con il collega Enrico Tuccillo, ha avanzato una richiesta di anticipazione. Sull'ipotesi della grazia invece, la presidente Di Giovanni si limita a precisare: "A questo Tribunale non è giunta alcuna richiesta dal Guardasigilli. Quindi, per noi non c'è ancora alcuna istruttoria in corso". Dal carcere, intanto, si fa vivo Contrada con una lettera aperta. "Tutti coloro che vogliono pronunciarsi sulla mia vicenda - scrive Contrada - non parlino per sentito dire. Si informino, leggano atti, sentenze, memorie difensive". Un messaggio che il suo legale Lipera prova a spiegare meglio: "Nel processo è stato impiegato materiale probatorio fornito dagli stessi pentiti che avevano parlato contro il giudice Carnevale e contro l'ex premier Andreotti: loro sono stati assolti, Contrada no".

Fonte: La Repubblica


Ci crediamo o è talmente sicuro di essere assolto?

PALERMO - Si dimetterà e lascerà la politica se sarà condannato per favoreggiamento aggravato nel processo sulle "talpe" alla Dda, ma se il capo d'imputazione sarà derubricato, Salvatore Cuffaro continuerà a governare la Sicilia e per gennaio promette una verifica di Governo e un rimpasto in Giunta.
Sereno e circondato dai suoi collaboratori più fidati, Cuffaro ha accolto i giornalisti per la conferenza stampa di fine anno senza fare troppi proclami. Anzi. A chi gli ha ricordato che tra i suoi alleati c'è chi ha già dato disponibilità a candidarsi in caso di elezioni anticipate, ha risposto: "Io non l'avrei fatto, sono sempre stato attento ai risvolti umani". Il riferimento è al presidente dell'Ars, Gianfranco Miccichè, l'alleato che ha criticato il "cuffarismo", definendolo un metodo sbagliato di fare politica.
"Per me non è un termine dispregiativo - ha detto il governatore - Il cuffarismo è l'interpretazione personale del popolarismo di don Sturzo". Il governatore ha aggiunto di avere chiarito tutto con Miccichè: "Ho visto Gianfranco in chiesa e ci siamo abbracciati".
In attesa della sentenza, Cuffaro guarda al futuro. Nella sua agenda di governatore ha scritto come priorità per il 2008 bilancio e finanziaria, poi le leggi sullo sviluppo, il lavoro, la formazione professionale, i Consorzi Asi e una riforma quadro sull'urbanistica. Come vice segretario nazionale dell'Udc, invece, rivendica il ruolo dei dirigenti siciliani e spiega la linea del partito: "Se si andrà a votare con questo sistema elettorale l'Udc - avverte Cuffaro - starà con il Centrodestra, se invece si approverà la nuova legge, e non può che essere il proporzionale alla tedesca, allora potrà fare da contenitore, accogliendo i moderati che non si sentono rappresentati dal Pd".
Per Cuffaro tuttavia "è probabile che tra aprile e maggio si andrà a votare con l'attuale legge; Veltroni e Berlusconi in realtà non vogliono la riforma, significherebbe consentire a Prodi di rimanere per altri due anni e nessuno dei due se lo può permettere, mentre la sinistra radicale e l'Udeur, in caso di via libera al referendum da parte della Corte Costituzionale, faranno cadere il Governo".


28/12/2007
Fonte: La Sicilia

giovedì, dicembre 27, 2007

Il ritorno degli americani

PALERMO - Nell'archivio sequestrato a Salvatore Lo Piccolo lo scorso 5 novembre nel covo di Giardinello, ci sono anche le lettere di Bernardo Provenzano, scritte precedentemente al suo arresto, sul rientro a Palermo dagli Usa degli "scappati". I boss Nino Rotolo e Salvatore Lo Piccolo erano in disaccordo sul rientro degli 'americani', e avevano investito il superboss corleonese della questione. "Io vi prego - scrive Provenzano, in una lettera pubblicata dal quotidiano La Repubblica - di trovare un accordo tutti insieme quelli che siamo fuori e la dove è possibile risolviamo le cose con la responsabilità di tutti"....
Prosegue ancora Binnu: "Parenti di Totuccio Inzerillo (capofila dei cosiddetti 'perdenti', ucciso nell' 81 nella guerra di mafia, ndr), Sarino suo fratello sta tornando dall'America per stabilirsi qua, perchè dicono che in America se la passa male.... Il mio cuore volesse pace e serenità per tutti, se dipendesse solo da me la vicenda sarebbe risolta, ma dobbiamo creare le condizioni"... Nino Rotolo fu poi arrestato nell'operazione Gotha, e Lo Piccolo accolse la richiesta del padrino alleandosi con gli 'americani'.
Numerose lettere d'amore, indirizzate da donne diverse al boss Sandro Lo Piccolo, durante la sua latitanza, sono state sequestrate nel covo di Giardinello dove il giovane mafioso venne arrestato col padre Salvatore. La copiosa corrispondenza prova che nonostante i continui spostamenti dovuti alla latitanza Sandro Lo Piccolo riusciva ad intrattenere diverse relazioni sentimentali affidandosi spesso a "corrieri" per la consegna delle missive amorose, come scrive La Repubblica.
L'elemento costante delle lettere è il rammarico manifestato dalle donne del giovane boss, qualcuna separata e con figli, per le difficoltà di potersi incontrare. "Amore mio dolce, mi manchi tanto. Dove ti sei perduto? Nell'abisso infinito? Di sicuro non so dove trovarti, altrimenti già avrei rimediato... Vivo di immagini di te, del tuo viso, che passano all'improvviso...". E un'altra ragazza scrive al boss: "È una grande sofferenza, non sai quanta. Amarti? Tu ci sei? È vero, esisti e non sai quanto vorrei averti solo per me. Ma ahimè per me sei molto invisibile".
L'elenco di centinaia di imprenditori, commercianti e liberi professionisti di Palermo che pagherebbero il 'pizzo' con cadenza mensile o annuale, è contenuto nell'archivio di Salvatore e Sandro Lo Piccolo sequestrato nel covo di Giardinello. Dal contenuto del libro mastro dei boss, secondo quanto scrive il quotidiano La Repubblica, emerge che a Palermo sono pochi i commercianti che non pagano la tangente a Cosa nostra.
Tra i negozianti vittime delle estorsioni figurano tra gli altri anche i nomi di noti negozi del centro cittadino, ma anche il bar Caflish e il ristorante Peppino. Accanto ai nomi del bar Alba e della catena Giglio sono indicati punti interrogativi. Nell'elenco compaiono anche numerosi commercianti della borgata di Mondello: Renato Bar, Antico Chiosco, il Baretto di Valdesi, i cantieri navali Motomar. L'interesse dei Lo Piccolo per il "Palermo Calcio", è testimoniato da alcune lettere che alludono alla presenza di "infiltrati" di Cosa nostra nel mondo sportivo. Un altro business seguito con attenzione dai boss era quello del totonero e del lotto clandestino, ma anche l'apertura di sale Bingo oltre lo Stretto.
"Chi paga il pizzo di fronte ad un'efficace azione dello Stato, che ha inferto grandi colpi alla mafia, non può essere considerato vittima. Non vi sono più alibi legati alla paura. È questo il momento per denunciare in massa gli estortori". Lo afferma il presidente di Confindustria Sicilia Ivan Lo Bello commentando l'alto numero di imprenditori e commercianti che pagano il pizzo a Palermo come emerge dai fogli sequestrati al boss Salvatore Lo Piccolo.
"Da questa lettura - aggiunge - arriva una conferma che era nell'aria e si capiva anche dal silenzio che era seguito dal sequestro dei pizzini: a Palermo il numero della persone che pagavano era alta. È la dimostrazione di quanto fosse capillare l'imposizione del pizzo. Ma mi stupisce che, ancora oggi nonostante vi sia stata un' azione forte dello Stato che ha decapitato capi e gregari, siano poche le denunce".
"Adesso cosa nostra è disarticolata - aggiunge - vi sono le condizioni per denunciare e trovo singolare che fino a oggi nessuno lo abbia fatto. I commercianti devono avere più coraggio e ribellarsi in massa. Non farlo è un comportamento inspiegabile che non può essere tollerato".


27/12/2007
Fonte: La Sicilia

Ciancimino verrà ascoltato

CALTANISSETTA - Massimo Ciancimino, 44 anni, il figlio di Vito, ex sindaco di Palermo condannato per mafia e morto nel 2002, sarà interrogato dai pm della Dda di Caltanissetta che indagano anche sui mandanti esterni delle stragi del 1992 a Capaci e in via D'Amelio in cui furono uccisi i magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
Ciancimino, che nel marzo scorso è stato condannato dal Tribunale di Palermo a 5 anni ed 8 mesi per riciclaggio ed intestazione fittizia di beni, nel corso degli ultimi anni ha rilasciato dichiarazioni ed interviste che, secondo gli inquirenti, potrebbero aprire nuovi spunti d'indagine. Nel penultimo numero del settimanale "Panorama", il figlio di don Vito riafferma che suo padre fu parte in causa nella trattativa aperta con ufficiali del Ros dei carabinieri per arrestare latitanti e per trovare un canale di dialogo con la mafia stragista.


27/12/2007
Fonte: La Sicilia

lunedì, dicembre 24, 2007

Il bilancio 2007 della polizia

E' un fine anno di grandi bilanci per la questura di Palermo. Da Montagna dei Cavalli, a Corleone, a "Contrada Partadinello", a Giardinello, gli uomini della Polizia di Stato del capoluogo siciliano hanno inflitto duri colpi a Cosa nostra. L'ultimo il 5 novembre in una villetta di Montelepre, dove gli agenti della "Catturandi" hanno posto fine alla latitanza di Salvatore e Sandro Lo Piccolo, sanguinari boss di Cosa Nostra, ascesi ai vertici dell'organizzazione criminale dopo la cattura di Bernardo Provenzano, avvenuta l'11 aprile del 2006 ad opera sempre della Squadra Mobile di Palermo.
Con l'arresto dei Lo Piccolo, i poliziotti della "Catturandi" hanno chiuso il cerchio del loro incessante lavoro sul fronte investigativo e di contrasto alla mafia. E' soddisfatto il questore di Palermo, Giuseppe Caruso, nella conferenza stampa di fine anno: "Abbiamo smantellato Cosa nostra palermitana, tutti i generali e colonnelli sono stati assicurati alla giustizia e oggi la mafia e' allo sbando". Poi annuncia: "Noi lavoriamo su altri fronti perche' il giorno dopo la cattura di Lo Piccolo abbiamo subito aperto altri filoni".
Sul fronte dell'acquisizione dei beni mafiosi l'Ufficio Misure di Prevenzione ha svolto accertamenti patrimoniali che hanno consentito di sequestrare beni per oltre 350 milioni. Quasi una tonnellata la droga sequestrata (tra cui oltre 700 chili di hashish). Un centinaio i soggetti arrestati ed indagati per spaccio e traffico di stupefacenti. Per quanto riguarda il contrasto alla criminalita' diffusa, 993 sono gli arresti e 2.475 invece le persone denunciate a piede libero.
Fonte: La Repubblica

Condannato chi paga il pizzo

Palermo, 20 dic. - Il giudice dell'udienza preliminare del tribunale di Palermo, Mario Conte, ha condannato a quasi sessant'anni di carcere sette presunti mafiosi della Noce, ritenuti responsabili di associazione mafiosa ed estorsioni, e un commerciante che sarebbe stato loro vittima, ma che non ammise di aver pagato il pizzo: Luigi Spataro, titolare di una nota concessionaria di automobili, ha avuto sei mesi, pena sospesa, ma dovra' pure - ed e' la prima volta che succede - risarcire le associazioni antiracket che si erano costituite parte civile nel processo, pagando cinquemila euro ciascuno ad Addiopizzo, Fai (federazione antiracket italiana), Sos Impresa e alla Provincia di Palermo.
Condannati alle spese lo stesso Spataro e gli altri imputati. Cosi' le condanne: Vincenzo Bruno ha avuto sei anni e otto e mesi; Luigi Caravello nove anni e 2.000 euro di multa; Salvatore Gottuso sei anni e 2000 euro; Umberto Maltese, che ha fruito del meccanismo della continuazione, si e' visto rideterminare la pena in complessivi dieci anni, piu' 2000 euro. Sergio Matina ha avuto sei anni e otto mesi; Giuseppe Musso 9 anni e tre mesi e 8000 euro; Felisiano Tognetti 8 anni e nove mesi. Luigi Spataro e' stato riconosciuto colpevole di favoreggiamento. Nel processo sono stati concessi gli sconti previsti dal rito abbreviato. I pm Maurizio De Lucia e Roberta Buzzolani avevano chiesto le condanne di tutti gli imputati. Secondo l'accusa i boss avrebbero sottoposto al sistematico taglieggiamento tutti i commercianti della zona: alcuni di questi ultimi avevano ammesso di aver pagato, altri avevano patteggiato o scelto il rito ordinario.
Fonte: agi.it

La Calcestruzzi Spa interrompe

PALERMO - La Calcestruzzi Spa ha deciso oggi di sospendere in via cautelativa le attività in Sicilia. La decisione della Calcestruzzi del gruppo Italcementi, giunge dopo "verifiche interne - si legge in una nota - messe in atto a seguito delle indagini della Procura di Caltanissetta in taluni impianti di betonaggio in Sicilia, hanno individuato delle irregolarità che sono state denunciate da Calcestruzzi alla magistratura". La Calcestruzzi Spa è indagata dalla Procura distrettuale antimafia di Caltanissetta per associazione mafiosa.
La decisione dopo un'indagine interna "appare doverosa, in quanto la società - si legge in una nota - ritiene che debbano essere chiariti tutti gli aspetti delle vicende irregolari, allontanati i responsabili, modificate le regole, le procedure e le modalità di produzione in termini tali da impedire il ripetersi di tali episodi".
Il provvedimento cautelare, che diventa immediatamente esecutivo, interessa i sette impianti gestiti e i 26 dipendenti occupati dalla società. "La sospensione dell'esercizio - continua la nota della Calcestruzzi Spa - sarà attuata con la fermata delle attività, limitando temporaneamente l'operatività esclusivamente alle forniture per le quali la società ha obblighi contrattuali vincolanti".
"Tali commesse - prosegue la nota - saranno portate a termine sotto il controllo di funzionari provenienti da altre sedi che assicureranno il corretto presidio delle centrali di betonaggio. I soli dipendenti che non saranno oggetto di provvedimento disciplinare verranno impegnati in lavori di manutenzione e in corsi di formazione sulle regole generali che disciplinano l'attività e, ovviamente, su tutte le nuove procedure produttive che saranno messe in atto; a loro verrà assicurato il regolare trattamento economico".
La Calcestruzzi Spa informa inoltre che "l'attività in Sicilia sarà ripresa solo dopo la corretta implementazione delle procedure operative (peraltro già avviate dal 1997, anno di acquisizione della Calcestruzzi al tempo detenuta dal gruppo Compart ex Ferruzzi), il rafforzamento dei criteri di governance e il varo di sistemi di controllo e di compliance, anche più stringenti per la puntuale applicazione delle regole aziendali".
A supporto della complessa attività di rielaborazione e consolidamento delle regole ma anche per ribadire la propria linea di rifiuto di qualsivoglia contiguità o compiacenza con fenomeni di criminalità organizzata, Calcestruzzi - continua la nota - ha costituito un pool per la governance nel settore del calcestruzzo composta da esperti di riconosciuta autorevolezza ed esperienza.
"La società - prosegue la nota - è grata al dottor Pierluigi Vigna, già procuratore nazionale antimafia, al professor Giovanni Fiandaca, ordinario di diritto penale dell'Università di Palermo e al professor Donato Masciandaro, ordinario di economia della regolamentazione finanziaria all'Università Bocconi di Milano, per aver accettato l'incarico di supervisore nella rilevazione dei problemi da affrontare e nella rielaborazione di regole e procedure da attuare".
"L'iniziativa - conclude la nota della Calcestruzzi - potrà costituire un modello di riferimento per l'intero comparto del calcestruzzo spesso impegnato in aree interessate da rilevanti fenomeni di devianza criminale".


23/12/2007
Fonte: La Sicilia

sabato, dicembre 22, 2007

Dal traffico internazionale all'agricoltura...

PALERMO - Per avere dato "segnali positivi della volontà di cambiare vita" Francesco Paolo Bontade, 34 anni, figlio del boss Stefano ucciso dai corleonsi di Totò Riina durante la guerra di mafia degli anni Ottanta, torna libero dopo quattro anni di carcere e arresti domiciliari. Lo hanno stabilito i giudici della quarta sezione della Corte d'appello, accogliendo la richiesta degli avvocati Calogero Vella e Armando Veneto.
Bontade junior, condannato a otto anni per un traffico internazionale di stupefacenti, la scorsa estate si è laureato in Agraria con una tesi sul "Tardivo di Ciaculli" e durante la detenzione aveva fatto sapere che dopo aver scontato la pena si sarebbe voluto dedicare al lavoro nei suoi terreni. Nell'ordinanza, i giudici danno atto a Bontade del "completamento degli studi universitari con il conseguimento della laurea e la prospettiva di un onesto lavoro come agronomo".
Assieme a Bontade è tornato libero anche il cugino Gioacchino Di Gregorio, 35 anni, anche lui arrestato e detenuto per traffico di sostanze stupefacenti.


21/12/2007
Fonte: La Sicilia

venerdì, dicembre 21, 2007

Ancora sul Blow up...

Venerdì pomeriggio, un giovanotto dai modi sbrigativi ha chiesto un contributo per le luminarie ai ragazzi del “Blow Up”, il circolo culturale di piazza Sant´Anna. La risposta è stata netta: «Noi non paghiamo». Nel corso della notte, è scattata la punizione: un raid ha devastato il locale e razziato un maxischermo e alcune attrezzature musicali. Bottino da 5.000 euro. Altre apparecchiature erano state sistemate dietro la saracinesca, in attesa di essere portate via. Ma i ladri non hanno fatto in tempo. «Il segnale doveva essere comunque chiaro - dice Manfredi Lombardo - proprio in questi giorni il locale riapre. Non ci piegheremo, non ci sogniamo neanche di pagare, come tutti fanno a Palermo, per riavere indietro la merce rubata».
Venerdì pomeriggio, i ragazzi sono stati affrontati all´interno del locale da un giovane sui trent´anni, che parlava in dialetto stretto. «Aveva modi bruschi - ricordano - continuava a dire che bisogna sempre dare un contributo per le feste. Agitava un foglio, diceva che si sarebbe accontentato di un acconto». I ragazzi hanno subito chiamato al telefono Manfredi Lombardo, presidente della cooperativa che gestisce il circolo: «Naturalmente, ho detto di mandare via quella persona», ricorda lui. «Pensavo che tutto finisse lì - dice ancora Lombardo - e invece oggi pomeriggio (ieri - ndr) ho trovato la saracinesca aperta».
Nella zona di Sant´Anna nessuno sta organizzando feste rionali o luminarie. «Hanno voluto prenderci di mira», dicono al “Blow Up”: «Durante il periodo in cui siamo rimasti chiusi, negli ultimi sei mesi, sono accadute tante cose nel quartiere. La denuncia dell´imprenditore Conticello, titolare dell´Antica focacceria, ha portato in carcere i boss del pizzo. Evidentemente, dopo la condanna, altri mafiosi stanno cercando di prendere il posto rimasto libero. Probabilmente, si sono già fatti avanti con altri commercianti della zona».
I ragazzi del “Blow Up” sono determinati, come sempre, ma anche amareggiati: «Come si è potuto consumare un raid in una zona così controllata?», si chiede Manfredi Lombardo. «La ronda dei metronotte controlla il vicinissimo museo. I carabinieri vigilano con cura sull´Antica focacceria. Questa è ormai la zona dei locali: il venerdì sera, ci sono tantissimi giovani che animano il quartiere. Chi ha agito non ha avuto paura di essere scoperto. Anche in questo, ha voluto dare un segnale di rinnovata forza. Colpendo chi ha aderito sin dalla prima ora al comitato Addiopizzo».
Ieri pomeriggio, il “Blow Up” si è animato di amici e simpatizzanti, in segno di solidarietà. È arrivata Rita Borsellino: «Questo è un luogo simbolico per Palermo – dice - uno dei pochi dove ancora si discute della città. Quello che è accaduto è davvero inquietante». In piazza Sant´Anna, anche Arcidonna e Giusto Catania: «Non bisogna abbassare la guardia contro il racket», dice l´europarlamentare.
Il raid ha portato via tutte le apparecchiature più moderne che i ragazzi del “Blow Up” avevano acquistato con grandi sacrifici per animare le loro attività culturali. «Hanno avuto tutto il tempo di lavorare indisturbati - dice Manfredi Lombardo - ci sarà voluta almeno un´ora per smontare quello schermo gigante sistemato sulla parete. Evidentemente, sapevano di poter operare tranquillamente. Tutto ciò è davvero preoccupante». Di certo, chi ha messo in atto il raid sapeva che i vicini di casa del circolo non erano in casa. E conosceva alla perfezione i passaggi delle guardie giurate e dei carabinieri. «Noi proseguiremo comunque la nostra attività programmata - ribadisce Lombardo - non ci faremo intimidire. Già altre volte, in passato, avevamo avuto richieste di pizzo, e mai abbiamo ceduto».
Salvo Palazzolo
Fonte: L'Espresso

Il made in Italy...

Lino Saputo era felice come un bambino il 27 ottobre scorso. Maria Grazia Cucinotta, strizzata in un tubino scuro, quella sera al Plaza di Atlantic City gli stava consegnando il premio della Cnsa, la Confederazione dei siciliani del nord America: "Ecco a voi il miglior imprenditore dell'anno, il primo produttore di latticini del Canada, il terzo negli Stati Uniti". Il re del formaggio sorrideva ai 700 italiani. Ad applaudirlo c'erano l'ex ministro Enrico La Loggia, il console d'Italia a New York, il deputato di Philadelphia Salvatore Ferrigno, l'assessore siciliano Santi Formica e tanti altri. A braccetto con l'altro premiato, l'attore Ben Gazzara, assaporava al volgere dei settant'anni la dolce discesa della vita. La mente andava alla lunga salita affrontata per essere su quel palco: l'infanzia in Sicilia, il piroscafo che nel 1952 lo porta da Montelepre, il paese del bandito Giuliano, fino all'America.
Gli inizi con il padre, la bicicletta per consegnare 10 chili di mozzarella al giorno, la crescita, la quotazione in Borsa a Toronto, il boom dell'ultimo decennio che ha decuplicato il fatturato fino a 4 miliardi di dollari e gli utili a 400 milioni l'anno. Lino stringeva al cuore quella targa perché era un riconoscimento alla storia dei Saputo. Non poteva sapere che il nome della sua famiglia, impresso sul 35 per cento della produzione casearia del Canada, sulla squadra di calcio di Montreal e sullo stadio avveniristico della città, proprio quel nome a 4 mila miglia di distanza, era finito nel mirino della Direzione distrettuale antimafia di Roma coordinata da Italo Ormanni.
Cinque giorni prima, il 22 ottobre, la Dia di Roma, guidata dal colonnello Paolo La Forgia, ha arrestato 16 boss e colletti bianchi del clan di Vito Rizzuto. Le indagini dei vicequestori Silvia Franzé e Alessandro Mosca sono durate due anni e hanno colpito duramente la connection tra il Canada e l'Italia. A 'L'espresso' però risulta che l'ultima pista investigativa percorsa dal nucleo di polizia tributaria di Milano porta proprio ai rapporti tra Rizzuto e i Saputo. Il capitano Gerardo Marinelli e il maggiore Vincenzo Andreone hanno intercettato tra il 2005 e il 2006 l'imprenditore Mariano Turrisi, l'uomo di Rizzuto a Roma, mentre tentava di riciclare 600 milioni di dollari mediante la cessione proprio a Lino Saputo del suo gruppo Made in Italy, destinato a operare nel settore del lusso. Saputo non è indagato, ma l'operazione ha nuovamente acceso il faro sui suoi rapporti con la criminalità.
Qualche mese prima degli arresti, il pm romano Adriano Iasillo ha scritto una lettera riservata alla Polizia interforze del Canada: "La Guardia di Finanza ha intercettato conversazioni dalle quali si capisce che è in corso un'operazione di cessione del gruppo Made in Italy all'imprenditore canadese Lino Saputo per la somma di 600 milioni di dollari americani di cui 300 sarebbero destinati direttamente alla famiglia capeggiata da Vito Rizzuto (...) sarebbe estremamente utile acquisire ogni dato che provi il collegamento tra Saputo e Rizzuto". Alla richiesta del pm italiano non è giunta alcuna risposta. 'L'espresso' ha svolto una ricerca negli archivi del governo canadese e dello Stato di New York, nei vecchi rapporti della polizia e dell'Fbi, scoprendo una serie di documenti che provano i trascorsi rapporti di affari tra Saputo e la storica famiglia Bonanno di New York, della quale proprio il boss Rizzuto è oggi il rappresentante in Canada.
Per ricostruire la saga parallela bisogna partire da un documento. La richiesta di ingresso in Canada presentata il 25 maggio 1964 da un emigrante: Giuseppe Bonanno, nato a Castellammare (Trapani), religione cattolica, cittadinanza statunitense. Bonanno non è un siciliano qualunque. Secondo molti è il Padrino con la 'P' maiuscola, quello al quale si sarebbe ispirato Mario Puzo per il personaggio di don Vito Corleone. Morirà nel 2002 dopo una sola condanna per ostruzione alla giustizia, ma quando presenta la domanda per entrare in Canada è il capo della famiglia omonima che compone insieme ad altre quattro la cupola americana di Cosa Nostra. Bonanno lascia New York per sfuggire alle indagini e ai killer del clan rivale. Punta su Montreal perché sa di avere amici pronti ad accoglierlo: i Saputo. Allegata alla sua domanda c'è una lettera della Giuseppe Saputo & sons: "Caro Mr. Joseph Bonanno (.) tu ci hai aiutato molto negli anni e noi siamo felici di averti nelle nostre attività. Siamo pronti a darti il 20 per cento delle nostre tre società a fronte di un investimento di 8 mila dollari. Siamo certi che ci potrai aiutare enormemente nell'espansione dell'attività. Con il tuo aiuto raddoppieremo i dipendenti". Non c'è da stupirsi. Bonanno non gestiva solo affari illeciti. Come racconterà nella sua autobiografia, 'Uomo d'onore', tra una sparatoria e l'altra fabbricava anche mozzarelle. Nel Wisconsin era socio occulto di un caseificio (tuttora attivo) gestito da un certo John Di Bella di Montelepre, il paese dei Saputo. Proprio Di Bella presentò 'Il Padrino' e 'Il re del formaggio' e chissà che non sia lo stesso John Di Bella che accompagnò Bonanno al vertice più importante della storia della mafia, nel 1957, al Grand Hotel delle Palme di Palermo.
Fonte: L'espresso