martedì, giugno 26, 2007

Un imprenditore denuncia

Fra tanti imprenditori che subiscono in silenzio, ce n'e' uno che a Termini Imerese, nel 2004, ha detto di no. E' una delle vicende che emergono dalle indagini dei carabinieri conclusasi la notte scorsa con il fermo di 9 tra boss storici e nuovi capi di Cosa nostra. Quando gli si presentarono due loschi figuri con una Mercedes scura a chiedergli il "pizzo" "per i carcerati che hanno bisogno", l'imprenditore prima li caccio' e poi cerco' pure di scattare loro una fotografia. E non solo: dopo aver sentito i due che chiedevano denaro per "i nostri amici che stanno male", ando' dai carabinieri. E' ricostruita cosi', dai Pm Lia Sava e Michele Prestipino, la tentata estorsione a un'azienda che ha un cantiere a Termini Imerese. Autori del tentativo sarebbero stati Fabrizio Iannolino e Francesco Paolo Balistreri, due dei fermati di stanotte.
Fonte: La Repubblica

L'indulto ha danneggiato anche la mafia

PALERMO - Anche Cosa nostra era contraria all'indulto. La scarcerazione di decine e decine di cani sciolti che hanno beneficiato dell'indulto mettendosi subito all'opera compiendo furti, rapine, scippi e tentando anche di soppiantare alcuni boss in carcere per incassare il pizzo da commercianti ed imprenditori, avrebbe provocato la reazione dei boss della mafia che avevano stilato una lista di "scappati di casa" (picciotti senza regole) che dovevano essere ammazzati. Per questa ragione, per evitare un bagno di sangue, la Procura di Palermo d'intesa con i carabinieri del comando provinciale ha deciso di agire in fretta fermando nove tra boss e mafiosi rampanti che avevano difficoltà a gestire i loro mandamenti. Furti, scippi, rapine, "troppa confusione" in giro, a Palermo ma anche in provincia. E questo a Cosa nostra, ai boss che ancora erano in libertà, non andava per niente bene. Bisognava mettere "ordine" e soprattutto insegnare a questi "scappati di casa" l'educazione. Gli investigatori sono giunti all'identificazione dei nove arrestati e dei loro progetti sanguinari attraverso la decifrazione dei pizzini di Provenzano, trovati nel covo di Montagna dei Cavalli al momento del suo arresto, l'11 aprile del 2006. Per parlare dei suoi interlocutori, Provenzano utilizzava un codice nascosto tra le frasi della Bibbia. Sigle che apparentemente indicavano autori del Vecchio e del Nuovo Testamento, mentre in realtà nascondevano l'identità di boss e picciotti. Quando quel codice è stato decrittato, i carabinieri hanno messo sotto controllo abitazioni, automobili, telefoni fissi e cellulari dei componenti della cosca. Dall'ascolto di quelle conversazioni è emerso il quadro inquietante che ha indotto gli investigatori a non perdere altro tempo ed arrestare i nove boss e picciotti. "Il problema dei ladri c'è stato sempre, non solo qua, in tutte le parti. Ora con quest'indulto che hanno dato... siamo rovinati. A Palermo c'è una situazione: farmacie, supermercati che non dormono tranquilli. Ma che scherziamo! È andata a finire a bordello". A parlare, non sapendo di essere intercettati, erano Giuseppe Libreri e Giuseppe Bisesi, infastiditi da una serie di furti nel territorio controllato dalla loro famiglia. I due si lamentavano del fatto che, dopo l'indulto, i piccoli pregiudicati erano usciti dal carcere e le attività commerciali erano continuamente bersagliate dai furti. Proprio per "far fronte" all'emergenza microcriminalità la cosca di Termini Imerese, capeggiata da Bisesi, aveva deciso di eliminare alcuni giovani ladri che rubavano senza l'autorizzazione della mafia. "La testa ci si deve scippare (strappare, ndr). Così, dice, diamo il segnale per tutti! È la soluzione giusta! Ci sono questi scappati di casa e gli si deve rompere le corna, punto e basta!".
Fonte: la Repubblica

Preparavano un omicidio

Preparavano un omicidio da realizzare proprio in questi giorni. In una conversazione intercettata il 18 giugno, lunedi' scorso, Giuseppe Bisesi e Giuseppe Libreri, l'emergente e il capo della famiglia mafiosa di Termini Imerese, si esprimevano inequivocabilmente nei confronti di tre ladruncoli ritenuti responsabili di una serie di furti nella zona di loro competenza e protezione mafiosa: "...Gia' i coglioni sono arrivati a terra...", dicevano, "da quello che hanno combinato. La' se ne devono andare..! da quello che hanno combinato la' se ne devono andare!... Non puo' passare questa cosa in cavalleria (nel senso che non si poteva soprassedere, ndr) ... Almeno uno se ne deve andare!... A che arriva la mano nel cielo.. na allibbirtamu (ci liberiamo, ndr) subito, subito...". E poi un riferimento quanto mai sinistro, visto che la settimana scorsa e' stato ucciso a Palermo il boss Nicolo' Ingarao: "In questi giorni quagghiamu" (quagliamo, concludiamo, ndr). E' anche in questa conversazione captata pochi giorni fa l'estrema urgenza prospettata dai Pm Michele Prestipino e Lia Sava al Giudice delle indagini preliminari - che adesso dovra' decidere se convalidare o meno i fermi - e che ha portato all'esecuzione degli arresti di questa notte, eseguiti dai carabinieri del Nucleo operativo del Comando provinciale e della Compagnia di Termini Imerese.
Fonte: La Repubblica

O poverino...Ha solo ucciso decine di persone...

Come un leone in gabbia, vecchio e malato, che si spegne ogni giorno. I suoi legali raccontano così la detenzione di Totò Riina, l'uomo che ha rivoluzionato Cosa nostra portandola a sfidare lo Stato, il padrino già condannato dieci volte all'ergastolo e sotto processo per altri tre delitti eccellenti. Ora Riina sta male: così male, secondo i suoi avvocati, da non poter rimanere in cella. Questo è quanto gli avvocati sostengono nella richiesta di scarcerazione presentata al Tribunale di Sorveglianza di Milano. Il capo dei corleonesi è recluso a Opera, una prigione di cemento confusa nella periferia milanese. Secondo i due specialisti che lo hanno visitato, il suo cuore funziona al cinquanta per cento. Tutti i giorni viene controllato dai medici del penitenziario ma può rimanere soltanto un'ora all'aperto nel cortile ritagliato tra le celle. Le cartelle cliniche, allegate alla richiesta di scarcerazione presentata il 15 giugno scorso, indicano un quadro medico pesante: "Due infarti e un'importante insufficienza cardiaca" si sommano ad altre patologie meno gravi, come la gastrite cronica, l'ipertrofia prostatica, l'ipertensione, l'iperucemia, il gozzo tiroideo, le ernie inguinali e la cirrosi epatica derivante da epatite C. Per gli avvocati Luca Cianferoni, Antonio Managò e Riccardo Donzelli, "mantenere Riina in carcere a 77 anni in queste condizioni significa volersi accanire su un detenuto anziano e malato, ben oltre la pena che gli è stata inflitta". Totò Riina, classe 1930, fu arrestato a Palermo il 15 gennaio 1993 dai carabinieri del Ros, guidati dal capitano 'Ultimo' e dall'allora colonnello Mario Mori: un'operazione resa controversa dalla mancata perquisizione della casa del padrino. Da allora gli è sempre stato riservato il trattamento del 41 bis, con lunghi periodi di isolamento nelle carceri di Rebibbia, Asinara, Ascoli e Opera. Un dispositivo rinnovato a più riprese per il sospetto che il vecchio boss potesse comunicare. "Un'inutile crudeltà" secondo i suoi legali che chiedono "in via d'urgenza, il trasferimento del detenuto Salvatore Riina in una struttura ospedaliera, trasmettendo gli atti al Tribunale affinché voglia sospendere l'esecuzione della pena, ovvero disporre il ricovero in via permanente presso luogo di cura idoneo". Fino a chiedere gli arresti domiciliari. Il 20 dicembre 2006 Riina venne ricoverato d'urgenza, e con straordinarie misure di sicurezza, al reparto detenuti dell'ospedale San Paolo di Milano, dove gli fu riscontrata "un'asimmetria di contrazione del ventricolo sinistro" e un pompaggio del cuore tale da potersi "tradurre in un costante pericolo per la sua vita". Le analisi del professor Guido Sani, ordinario di cardiochirurgia all'università di Firenze, evidenziarono come gli infarti subìti non fossero stati adeguatamente curati. Poi, un'altra perizia del 6 febbraio scorso, consegnata ai difensori dal professor Domenico De Leo, dell'istituto di Medicina legale dell'università di Verona, ha disegnato un quadro clinico "peggiorato in modo allarmante nel corso degli anni, per le condizioni di salute compromesse dal punto di vista cardiocircolatorio e una ulteriore progressione del danno tissutale cardiaco". L'uomo condannato per i massacri di Capaci e di via D'Amelio, il capo dell'ala stragista di Cosa nostra di nuovo in libertà? L'obiezione viene anticipata dall'avvocato, che Cianferoni invita a "rifuggire dai timori che il clamore che una decisione come questa potrebbe avere nell'opinione pubblica. In uno Stato democratico anche al più pericoloso dei detenuti deve essere garantito il diritto alla salute previsto dalla Costituzione. Noi chiediamo solo questo".
Fonte: L'espresso

martedì, giugno 12, 2007

Altri pezzi di merda!!

CINISI (PALERMO) - Ancora un'intimidazione alla "casa memoria Peppino Impastato". E' la seconda nel giro di 24 ore. Stanotte, un'altra bottiglia di acido corrosivo è stata lanciata contro la porta del centro antimafia e la lapide che ricorda l'omicidio del giovane militante assassinato dai boss nel 1978. "Quella casa è ormai un simbolo - dice Giovanni Impastato, il fratello di Peppino - non solo perché conserva la memoria di un ragazzo che non aveva paura di denunciare la mafia e le sue complicità, ma perché continua ad essere un centro che fa un'antimafia scomoda". Proprio nei giorni scorsi, da quella casa nel corso di Cinisi è partito un volantino: "Il Comune vuole per davvero intitolare la sala consiliare a Leonardo Pandolfo? - è scritto - Il giorno che avverrà, esponete anche questa foto". Ritrae l'ex sindaco e deputato assieme a Gaetano Badalamenti e ad altri personaggi in odore di mafia, compreso il padre di Peppino Impastato. Erano il comitato per i festeggiamenti in onore di Santa Fara. Quella fotografia, del 1952, il giovane Impastato l'aveva trovata nell'album di famiglia, così aveva iniziato a denunciare i rapporti fra mafia e politica. Adesso, quella foto è tornata a circolare in paese. "Evidentemente, questa e altre denunce non sono gradite", ribadisce Giovanni Impastato: "Non ci fermeremo". Intanto, ieri, il sindaco di Cinisi Salvatore Palazzolo aveva cercato di raffreddare la proposta dei due consiglieri di Forza Italia di intitolare l'aula a Pandolfo. E aveva rilanciato anche la candidatura Impastato nel dibattito sul nome. Ma al centro di documentazione intitolato al militante antimafia non basta: "Il Comune indica subito una manifestazione di solidarietà", ribatte Umberto Santino. La tensione resta alta a Cinisi. Ieri mattina, i carabinieri avevano interrogato decine di persone per cercare una traccia dei vandali. Ma non si è trovato un testimone. Da stamattina, sono in corso nuove indagini.
Fonte: la Repubblica

Agguato a Palermo

(ANSA) - PALERMO, 10 GIU - Un giovane e' stato ucciso a colpi di arma da fuoco nelle campagne di San Giuseppe Jato (Palermo) in un'esecuzione di stampo mafioso. La vittima si chiamava Salvatore Vassallo, 33 anni, ed era di San Giuseppe Jato. Era imparentato con i cugini Stefano e Giovanni Battista Vassallo, arrestati il 18 maggio perche' accusati di imporre il pagamento del pizzo a imprenditori del Palermitano. La vittima sarebbe stata attirata nelle campagne alla periferia del paese dei Brusca e poi uccisa.
Fonte: ansa.it

Ergastolo per Ercolano

Messina, 9 giu. (Apcom) - La Corte d'Assise di Messina, presieduta da Ferdinando Licata, ha condannato all'ergastolo Aldo Ercolano, ritenuto il braccio destro del capo mafia catanese Nitto Santapaola, e il pregiudicato messinese Francesco Romeo per l'uccisione del boss messinese Giuseppe "Mommiceddu" Badessa, assassinato 24 anni fa perchè dava fastidio agli interessi di Cosa Nostra nella città dello Stretto. La Corte d'Assise, invece, ha assolto lo stesso Nitto Santapaola e il boss mafioso di Bagheria Leonardo Greco, ritenuti dall'accusa i mandanti, e grazie al riconoscimento delle attenuanti speciali previste per i pentiti ha prescritto il reato ad Antonio Cariolo che nel 2004 si era autoaccusato del delitto facendo così riaprire l'inchiesta che era stata già archiviata da anni.
Fonte: apcom.it

Beni confiscati, a polizia e carabinieri

Andranno a polizia e carabinieri alcuni beni confiscati alla mafia. Sono iniziati, in via Messina Marine e in piazza principe di Camporeale, infatti, i lavori appaltati dal Comune per rimettere a nuovo due immobili confiscati, che diventeranno sedi dei carabinieri. Queste opere rientrano in un gruppo di quattro progetti finanziati con fondi regionali per un totale di 2 milioni e 180 mila euro. Gli altri due interventi, per i quali l'avvio del cantiere è imminente, riguarderanno una villetta nella zona di Borgo Nuovo, sempre destinata ai carabinieri, e due corpi di fabbrica che si trovano nel quartiere Brancaccio, dove invece sarà allestita una sede del commissariato della Polizia di Stato. «La riconversione di questi immobili - ha sottolineato il sindaco Diego Cammarata - ha un grande significato simbolico. Lo Stato utilizzerà beni tolti alla criminalità organizzata per svolgere le attività finalizzate alla tutela dei cittadini e della loro sicurezza». In via Messina Marine gli operai sono già all'opera per rimettere a nuovo un'area di circa 2.300 metri quadrati confiscata ad una società immobiliare. In corso anche l'adeguamento di alcuni locali al piano ammezzato di un complesso edilizio che si trova in via Paolo Gili 64, angolo piazza principe di Camporeale. Queste unità immobiliari diventeranno sede del comando di stazione dei carabinieri Olivuzza.
Fonte: La Sicilia

Agguato a Catania

CATANIA - Un uomo 48 anni è stato ucciso con colpi di pistola in piazza Pio IX nel quartiere di Nesina a Catania. Il delitto sarebbe maturato nell’ambito della criminalità catanese. La vittima si chiama Nunzio Aurora, 48 anni, in passato denunciato per reati contro il patrimonio ma che gli investigatori ritengono abbia avuto legami con esponenti del mondo della criminalità organizzata. Nunzio Aurora è stato raggiunto da oltre venti colpi di pistola semiautomatica mentre beveva un caffè. L’omicidio potrebbe essere la risposta all’agguato che domenica scorsa ebbe come vittima, sempre nel capoluogo etneo, Giambattista Motta, esponente del clan Mazzei. In atto, secondo gli investigatori, vi sarebbe una frattura all’interno dei Santapaola, tra i “Carcagnusi”, esponenti dei Mazzei legati a Cosa nostra palermitana, e un altro gruppo, particolarmente forte, che comanda a Catania e che rivendica totale autonomia. A quest’ultimo gruppo sarebbe legata la vittima di ieri, considerata personaggio di spicco e con un ricco curriculum criminale: nel '93 era stato arrestato nell’ambito di un’operazione contro il clan Pulvirenti, “u Malpassotu”; il 23 novembre del 1996 era stato condannato dalla Corte d’Assise d’Appello a 9 anni e sei mesi per mafia, perchè ritenuto organico al gruppo di Pulvirenti “Lineri”; il 15 ottobre del 2001 fu nuovamente arrestato per estorsione a un imprenditore di Misterbianco. Dopo essere stato scarcerato, il 16 gennaio 2003 venne nuovamente arrestato. L'ultimo arresto risale al 31 gennaio 2005, nell’ambito dell’operazione antimafia condotta nei confronti di 45 persone, tra cui il reggente del clan Santapaola, il cugino di Nitto, Giuseppe Ercolano.
Fonte: Corriere della sera

Lupara bianca

(ASCA) - Palermo, 9 giu - La Polizia di Stato di Palermo ha notificato quattro ordinanze di custodia cautelare in carcere, emesse dal gip del Tribunale di Palermo Maria Pino, ad Antonino Rotolo, 61 anni, Antonino Cina', 62 anni, Diego Di Trapani, 71 anni, e Pietro Salsiera, 49 anni, tutti gia' detenuti, per la scomparsa tramite il metodo della 'Lupara bianca' del boss mafioso Giovanni Bonanno, ritenuto il reggente del mandamento di Resuttana. Un quinto provvedimento non e' stato notificato perche' il destinatario e' il boss latitante Salvatore Lo Piccolo. Bonanno, secondo gli inquirenti, e' stato ucciso il 10 gennaio del 2006 perche' si era macchiato di ''scarsa disciplina'', dato che aveva iniziato la sua ascesa all'interno dell'organizzazione criminale nel mandamento di Resuttana in assenza del reggente Diego Di Trapani, che era detenuto. Del delitto di Bonanno era stato informato Bernardo Provenzano, a quel tempo ancora latitante, attraverso un 'pizzino' inviato da Salvatore Lo Piccolo, ritrovato nel covo di Montagna dei cavalli del boss, che spiegava i motivi dell'''amara decisione'', cioe' l'uccisione di Giovanni Bonanno.
Fonte: asca.it