Se pensi che la mafia possa essere in qualche modo positiva o possa aiutare la Sicilia per favore esci da questo blog!
giovedì, maggio 10, 2007
Contrada condannato
ROMA - La Cassazione ha confermato la condanna a dieci anni di reclusione per l'ex numero tre del Sisde, Bruno Contrada. Lo ha appena deciso la Prima sezione penale. Con questa decisione la Suprema Corte ha reso definitiva la condanna per concorso esterno in associazione mafiosa emessa il 25 febbraio 2006, a carico di Contrada, dalla Corte di Appello di Palermo nel processo d'appello bis. I supremi giudici della Sesta Sezione Penale oltre ad aver "rigettato" il ricorso avanzato dai legali dell'ex numero tre del Sisde, lo hanno anche condannato al pagamento delle spese di giustizia.10/05/2007
Fonte: La Sicilia
mercoledì, maggio 09, 2007
Anniversario Peppino
CINISI (PALERMO) - A Cinisi, paesino siciliano schiacciato tra la roccia e il mare, a poche centinaia di metri da dall'aeroporto, luogo strategico per il traffico di droga, cento passi separano la casa di Peppino Impastato da quella di Tano Badalamenti, il boss locale. Peppino, ragazzo curioso che non gradiva il silenzio opposto alle sue domande, al suo sforzo di tentare di capire, nel 1968 si ribella come tanti giovani al padre. Ma in Sicilia la ribellione diventa sfida al codice della mafia e ha un prezzo come sarebbe stato chiaro il 9 maggio di 29 anni fa, quando Peppino fu ucciso. Con "Radio aut" che infrange il tabù dell'omertà e con l'arma del ridicolo distrugge il clima riverenziale attorno alla mafia, Tano Badalamenti diventa "Tano Seduto" e Cinisi è "Mafiopoli". Si presenta alle elezioni comunali, ma due giorni prima del voto, nella primavera del 1978, lo fanno saltare in aria sui binari della ferrovia con sei chili di tritolo. La morte coincide con il ritrovamento a Roma del corpo di Aldo Moro e viene rubricata come suicidio o atto terroristico.Solo venti anni dopo la Procura di Palermo rinvierà a giudizio Tano Badalamenti come mandante dell'assassinio. Oggi, su iniziativa del Forum sociale antimafia "Felicia e Peppino Impastato", il presidente dell'Antimafia, Francesco Forgione, pianterà a Partinico un "Albero per Peppino"; in serata una fiaccolata dalla sede di Radio Aut, a Terrasini, a Casa Memoria di Cinisi dove alle 20 è previsto l'intervento Giovanni Impastato che lancerà la manifestazione del 2008: "L'obiettivo - spiega il fratello - è ricordare Peppino a distanza di trent'anni dalla sua morte con un evento contro la mafia e per i diritti di tutti che abbia risonanza a livello nazionale, dando voce a tutti quelli che si sentono parte integrante e attiva del movimento dal basso contro la mafia". Il regista Marco Tullio Giordana nel 2000 raccontò tutto questo con un film, "I cento passi", che ha ridestato nel Paese la passione e l'indignazione per questa storia, facendo conoscere anche la figura eccezionale della madre di Peppino, Felicia, che ha tenuto alto come un vessillo la memoria del figlio. Un film che precede la svolta sul fronte giudiziario. L'11 aprile del 2002 dopo 24 anni è arrivata la condanna all'ergastolo che ha spazzato via i tentativi di depistaggio cominciati già la mattina del 9 maggio 1978, data del delitto. I giudici della terza sezione della Corte d'assise, presieduta da Claudio Dall'Acqua, giudice a latere Roberto Binenti, spiegano nelle motivazioni della sentenza che "il pericolo costituito da tanta irriverente ed irritante rottura del muro dell'omertà era vieppiù palpabile da far ritenere che la soluzione del problema fosse necessaria ed anche impellente, stante peraltro che il giovane di li' a poco, secondo attendibili previsioni, sarebbe stato eletto consigliere comunale". Mafioso all'antica il vecchio Tano, arrestato a Madrid l'8 aprile del 1984. Al giudice americano Pierre Leval che gli chiedeva se fosse un componente di Cosa nostra, rispose: "Se lo fossi non ve lo direi, per rispettare il giuramento fatto". Veniva raccontato e sbeffeggiato da Impastato attraverso le frequenze della sua radio: "Ci sarà anche un porticciolo bellissimo ... già in costruzione ... e potremo sistemare le nostre veloci canoe che porteranno al di la' del mare la sabbia bianca... tabacco... bianco come la neve". La connessione tra il suo assassinio e il boss viene per la prima volta rilanciata con forza nel maggio del 1984, quando l'Ufficio istruzione del tribunale di Palermo, sulla base delle indicazioni del Consigliere Istruttore Rocco Chinnici, che aveva avviato il lavoro del primo pool antimafia ed era stato assassinato nel luglio del 1983, emette una sentenza, firmata dal consigliere istruttore Antonino Caponnetto, in cui si riconosce la matrice mafiosa del delitto, attribuito però ad ignoti. Il Centro Impastato pubblica nel 1986 la storia di vita della madre di Giuseppe Impastato, nel volume "La mafia in casa mia", e il dossier "Notissimi ignoti", indicando come mandante del delitto il boss Gaetano Badalamenti, nel frattempo condannato a 45 anni di reclusione per traffico di droga dalla Corte di New York, nel processo alla "Pizza Connection". Nel gennaio 1988 il Tribunale di Palermo invia una comunicazione giudiziaria a Badalamenti. Nel maggio del 1992 decide l'archiviazione del "caso Impastato", ribadendo la matrice mafiosa del delitto, ma escludendo la possibilita' di individuare i colpevoli e ipotizzando la possibile responsabilita' dei mafiosi di Cinisi alleati dei "corleonesi". Nel giugno del 1996, in seguito alle dichiarazioni di Salvatore Palazzolo, che indica in Badalamenti il mandante dell'omicidio assieme al suo vice Vito Palazzolo, l'inchiesta viene formalmente riaperta. Nel novembre del 1997 viene emesso un ordine di cattura per Badalamenti, incriminato come mandante del delitto. Il 10 marzo 1999 si svolge l'udienza preliminare del processo contro Vito Palazzolo, mentre la posizione di Badalamenti viene stralciata. Nel 1998 presso la Commissione parlamentare antimafia si costituisce un comitato sul caso Impastato e il 6 Dicembre 2000 è approvata una relazione sulle responsabilità di rappresentanti delle istituzioni nel depistaggio delle indagini. Il 5 marzo 2001 la Corte d'assise riconosce Vito Palazzolo colpevole e lo condanna a 30 anni di reclusione. L'anno dopo Badalamenti viene condannato all'ergastolo.
09/05/2007
Fonte: La Sicilia
Operazione "Gotha", udienza preliminare
Palermo - Si è aperta questa mattina davanti al Gup di Palermo Piergiorgio Morosini, l'udienza preliminare a carico di 73 persone coinvolte nell'operazione antimafia 'Gotha'. Il blitz, per impedire che scoppiasse una nuova guerra fra cosche, avvenne il 20 giugno dello scorso anno e portò all'esecuzione di 54 fermi. Fra gli imputati per i quali la Procura adesso chiede il rinvio a giudizio, oltre al boss Bernardo Provenzano, figura anche l'ex deputato regionale di Forza Italia, Giovanni Mercadante. In avvio di udienza nell'aula bunker di Pagliarelli le associazioni 'Addio Pizzo' ed 'Sos Impresa' hanno chiesto di potersi costituire parte civile. Il Gup si è riservato di decidere.Fonte: adn kronos
Delitto Scaglione rimane impunito
Palermo, 4 mag. - E' impunito da 36 anni l'assassinio di Pietro Scaglione, procuratore capo della Repubblica di Palermo assassinato il 5 maggio del 1971 assieme all'agente di custodia Antonio Lo Russo nell'agguato che segno' l'inizio dell'attacco armato della mafia contro la magistratura siciliana. per espressa volonta' dei familiari, che manifestano "profonda amarezza", l'anniversario sara' ricordato solo con una messa celebrata in forma privata. Scaglione fu ucciso in via Cipressi, dopo la consueta visita mattutina sulla tomba della moglie nel cimitero dei Cappuccini. In una nota, i familiari del magistrato "pur con profonda e perdurante amarezza per la mancata individuazione e condanna dei mandanti e degli esecutori dell'efferato delitto", dicono di trovare "un limitato conforto nel fatto che, come e' stato accertato dall'autorita' giudiziaria e da altri organi istituzionali, i possibili moventi del delitto sono, in ogni caso, da ricollegare all'attivita' doverosa e istituzionale svolta 'in modo specchiato' dal procuratore Scaglione, soprattutto nella lotta contro la mafia". In diverse sentenze, Pietro Scaglione e' stato definito "magistrato integerrimo, dotato di eccezionali capacita' professionali e di assoluta onesta' morale, persecutore spietato della mafia". Tra le sue inchieste, quelle su molti misteri siciliani, dal banditismo alla scomparsa del giornalista Mauro De Mauro, all'assassinio del sindacalista Salvatore Carnevale, negli anni Cinquanta. Dopo la strage mafiosa di Ciaculli del 1963, grazie alle inchieste condotte dall'Ufficio Istruzione del Tribunale di Palermo guidato da Cesare Terranova, (anch'egli assassinato dalla mafia) e dalla Procura diretta da Pietro Scaglione le organizzazioni mafiose furono duramente colpite. Il magistrato si dedico' anche all'attivita' di presidente del Consiglio di patronato per l'assistenza alle famiglie dei detenuti ed ai soggetti liberati dal carcere, promuovendo tra l'altro la costruzione di un asilo nido. Per questo impegno, gli fu conferito dal ministero il diploma di primo grado al merito della redenzione sociale.Fonte: agi.it
Confermato ergastolo a Vitale
PALERMO - La prima sezione della Corte d'assise d'appello di Palermo ha confermato la condanna all'ergastolo del boss di Partinico, Leonardo Vitale, imputato di tre omicidi risalenti alla prima metà degli anni Novanta. Vitale rispondeva dei delitti che avevano visto come vittime Leonardo Ortoleva, Giuseppe Salvia e Mario Baretta. Secondo il procuratore generale, Carmelo Carrara, i tre sarebbero stati uccisi per motivi legati alle loro azioni di presunti ladruncoli che davano fastidio a Cosa Nostra. Il difensore dell'imputato, l'avvocato Monica Lo Jacono aveva chiesto l'assoluzione per la mancanza di riscontri.09/05/2007
Fonte: La Sicilia
Operazione "Black out", nove arresti
TRAPANI - Il mandamento mafioso di Mazara del Vallo che comprende le "famiglie" di Mazara e Marsala sarebbe stato composto da imprenditori, commercianti, dipendenti comunali e operai. E sullo sfondo l’ombra della massoneria sul controllo degli appalti pubblici. E’ ciò che emerge dall’operazione "Black out" della Squadra mobile di Trapani scattata nelle prime ore di questa mattina.Nove gli arresti. Nelle relative ordinanze di custodia cautelare, emesse dal Gip di Palermo su richiesta della Dda, sono contestati i reati di associazione mafiosa, favoreggiamento aggravato, turbata libertà degli incanti, detenzione illegale di armi ed esplosivi. Tra gli arrestati, figura l'architetto Giuseppe Sucameli, di 59 anni, funzionario tecnico del Comune di Mazara del Vallo, ma anche l'impiegato comunale Giuseppe Gabriele, di 39 anni, di Campobello di Mazara. In manette anche gli imprenditori Michele e Salvino Accomando, padre e figlio di 59 e 28 anni, e gli operai Antonio e Marco Buffa, padre e figlio di 62 e 34 anni, tutti di Mazara del Vallo. Gli altri ordini di arresto hanno interessato tre commercianti di Marsala: Gaetano Davide Greco di 39 anni, Carlo Licari detto "Nicola" e Vincenzo Fabio Licari detto "Fabio", amici di 56 e 32 anni. Attraverso una serie di intercettazioni e riprese video, gli investigatori avrebbero accertato l'esistenza di un gruppo ristretto di persone, per lo più imprenditori, incaricato inizialmente di gestire la latitanza del capo mandamento di Mazara del Vallo e boss della cosca locale, Andrea Manciaracina, e di Natale Bonafede della famiglia mafiosa di Marsala. Dopo l'arresto dei due latitanti, avvenuto la notte del 31 gennaio 2003, lo stesso gruppo avrebbe continuato a occuparsi del controllo degli appalti pubblici su diretta espressione di volonta' del vertice del mandamento di Mazara del Vallo. Secondo gli investigatori, soprattutto l'attività imprenditoriale di Michele Accomando avrebbe rappresentato per l'associazione mafiosa, una fonte di sostentamento e al tempo stesso uno strumento per la gestione del territorio: sia attraverso il controllo, da parte di Michele Accomando in concorso con il funzionario comunale Giuseppe Sucameli, delle gare pubbliche bandite dal Comune di Mazara del Vallo, sia per le opere realizzate dalla Srl "Gruppo Lavori", gestita dallo stesso Accomando, quale aggiudicataria di gare pubbliche o esecutrice di lavori in regime di sub appalto o di nolo a freddo. Sulla base degli elementi raccolti, e' stato eseguito il sequestro preventivo della "Gruppo Lavori s.r.l.", che ha sede a Mazara del Vallo in viale Turchia 24, ed ha come oggetto sociale l'assunzione di appalti pubblici e privati nel campo dell'edilizia immobiliare e stradale in genere. In relazione al favoreggiamento della latitanza di Andrea Manciaracina e di Natale Bonafede, invece, e' stato disposto il sequestro preventivo di una Fiat Panda 4x4, intestata a Michele Accomando. Attraverso i servizi di intercettazione, sono anche emerse prove riguardo alla disponibilita' di armi da parte degli indagati, oltre che di somme di denaro e documenti custoditi per conto della cosca mafiosa. Nel corso dell'operazione, sono state notificati nove avvisi di garanzia, con l'avvio di contestuali perquisizioni, nei confronti di altri imprenditori, di Mazara del Vallo, Palermo e Agrigento, la cui posizione e' al vaglio della DDA di Palermo.Nell’inchiesta viene fuori un coinvolgimento della massoneria nel sistema di controllo degli appalti pubblici costruito dal un gruppo di imprenditori, commercianti, dipendenti comunali e operai, tutti ritenuti organici o contigui al mandamento mafioso di Mazara del Vallo. Nelle trame dell’indagine si profila un patto di ferro finalizzato inizialmente alla gestione della latitanza del capo mandamento di Mazara del Vallo, Andrea Manciaracina, e di Natale Bonafede, della famiglia mafiosa di Marsala, e dopo l'arresto dei due, nella notte del 31 gennaio 2003, al controllo degli appalti pubblici. Le intercettazioni, in particolare, spiegano gli investigatori, rivelano la "dichiarata appartenenza dell'imprenditore Michele Accomando a una loggia massonica, di natura e radice imprecisata, operante a Mazara del Vallo e, per suo stesso dire, diffusa tramite altri 'fratelli' in altre zone del territorio siciliano". Nella veste di massone, l'imprenditore si sarebbe attivato per la risoluzione di alcune pratiche amministrative, nonchè per evitare il trasferimento del funzionario comunale Giuseppe Sucameli, responsabile dal 29 marzo 2002 al 16 ottobre 2003 dell'Ufficio Appalti del Comune di Mazara del Vallo (ufficio costituito con determina sindacale del 29 marzo 2002 all'interno dell'Ufficio Contratti), "tentando di intervenire presso la Corte dei Conti, motivando tale scelta con la circostanza che, presso la struttura della magistratura contabile, prestava servizio anche un 'loro fratello". Secondo gli uomini della Mobile, Accomando avrebbe pilotato le gare pubbliche bandite dal Comune di Mazara del Vallo, a beneficio della locale famiglia mafiosa, grazie al determinante concorso di Sucameli, "costantemente pronto - come si desume dalle intercettazioni - a prestare la propria funzione per favorire le imprese di volta in volta indicate da Cosa nostra".Sucameli sarebbe risultato pienamente inserito nell'organico della cosca mazarese, come peraltro Accomando. Dalle conversazioni intercettate, in particolare, sarebbe emerso che entrambi avrebbero partecipato a importanti incontri tra uomini d'onore, compreso l'allora latitante Totò Riina, fin dai tempi in cui la 'famiglia' mazarese era retta dal suo rappresentante storico Mariano Agate. Il funzionario comunale, anche dopo essere stato rimosso dall'incarico all''Ufficio appalti, a causa di dissidi con il segretario comunale dell'epoca, avrebbe continuato a operare per la gestione illecita delle gare pubbliche a favore delle ditte indicate dai vertici mafiosi, rappresentati da Salvatore Tamburello e dal figlio Matteo dopo la cattura di Manciaracina. Il reato di turbata liberta' degli incanti è stato accertato in relazione alla gara pubblica per la 'realizzazione delle opere di urbanizzazione primaria nella via Reno' a Mazara del Vallo.
09/05/2007
Fonte: La Sicilia
Arresti eccellenti
MESSINA - Nove provvedimenti cautelari, sei in carcere e tre ai domiciliari sono stati eseguiti all'alba di oggi dalla Squadra mobile nell'ambito dell'inchiesta sul piano regolatore generale di Messina e sull'intreccio d'interessi che vi ruota intorno attraverso le procedure amministrative di rilascio delle concessioni edilizie, dei piani-quadro e delle lottizzazioni. I provvedimenti restrittivi nell'ambito dell'operazione "Oro grigio" sono stati firmati dal giudice per le indagini preliminari Maria Angela Nastasi su richiesta del sostituto procuratore della Dda Rosa Raffa e dei colleghi del pool pubblica amministrazione Angelo Cavallo e Giuseppe Farinella.In carcere sono finiti, con l'accusa di associazione per delinquere finalizzata alla corruzione ed alla commissione di falsi "con riferimento alla gestione di importanti operazioni immobiliari di ingente valore economico", tra gli altri, l'ex presidente del consiglio comunale, Umberto Bonanno (Forza Italia), l'avvocato Giuseppe 'Pucci' Fortino, il funzionario tecnico dell'Ufficio area coordinamento politica del territorio del Comune Antonino Ponzio e il funzionario tecnico della facoltà di Scienza della Formazione dell'Universita' Antonio Gierotto. Gli altri provvedimenti riguardano imprenditori operanti nel settore dell'edilizia. Gli arrestati ed altri indagati - cui politici e e funzionari della Regione - secondo l'accusa, avrebbero intascato tangenti per la realizzazione del complesso abitativo "Green Park" sul viale Trapani, facendo approvare una variante al piano regolatore generale di Messina per l'edificazione di otto corpi di fabbrica, elevandone l'indice di cubatura. L'operazione immobiliare avrebbe dovuto portare ad intascare tangenti per 1 milione 550 mila euro e a ottenere anche la cessione di alcuni appartamenti dalle societa' costruttrici S.a.m.m. costruzioni e Ar.ge.mo. srl. Tra gli indagati il presidente della Regione Siciliana Salvatore Cuffaro e l'imprenditore palermitano Michele Aiello, il sindaco di Messina Francantonio Genovese, l'ex 'patron' della Dc peloritana Giuseppe Astone, l'ex sindaco Giuseppe Buzzanca, l'ex presidente della Regione Giuseppe Campione, l'ex sottosegretario Santino Pagano, il senatore Nanni Ricevuto, e l'ex segretario della Cisl Carmelo Briante. Oltre un anno d'intercettazioni telefoniche e ambientali hanno consentito alla squadra mobile di ottenere la prove della spartizione da parte degli arrestati di mazzette per 127 mila euro; 62.500 li avrebbe incassati l'avvocato Fortino, 37.500 il funzionario Gierotto (considerato il braccio operativo di Fortino), 17.900 l'ex presidente del consiglio comunale Bonanno e 10 mila euro il funzionario comunale Ponzio. Gli arrestati si erano già spartiti altri 120 mila euro ma non se ne conosce la suddivisione in quote. La complessa inchiesta aperta nel 2006 della Dda, del pool pubblica amministrazione e della squadra mobile di Messina ruota attorno alle dichiarazioni dell'imprenditore Antonino Giuliano, il cosiddetto "Pentito Alfa" che, ridotto sul lastrico, ha cominciato a collaborare con i magistrati di Reggio Calabria prima e di Messina poi raccontando di un gruppo "politico-affaristico" costituito da personaggi in grado di ottenere con metodi illegali, avvalendosi delle competenze specifiche di ognuno, le necessarie autorizzazioni amministrative per la realizzazione di nuovi complessi abitativi in aree non previste come edificabili dal Prg. Le sue dichiarazioni ed i successivi riscontri hanno portato all'iscrizione di sessantaquattro persone (politici, imprenditori, amministratori, tecnici, professionisti) nel registro degli indagati ai quali vengono contestati i reati di associazione per delinquere usura, estorsione, peculato, falso, abuso d'ufficio, corruzione, concussione, turbativa d'asta, ricettazione e procacciamento violento di voti durante le campagne elettorali a partire dal 2000. Tra gli indagati anche l'assessore comunale ed ex presidente dell'Ordine degli ingegneri Arturo Aloni, l'avvocato Andrea Lo Castro e gli imprenditori Carlo Borella, Pasquale Saverio Colao, Antonello Giostra, Antonino Versaci e Vincenzo Vinciullo. Oltre ai nove arrestati nell'operazione "Oro grigio" scattata a Messina su tangenti e appalti, ci sono anche tre funzionari della Regione siciliana indagati: Giuseppe Giacalone, Rosa Anna Liggio e Cesare Antonino Capitti. La squadra mobile di Palermo, su delega della questura di Messina, ha effettuato stamattina una perquisizione nelle loro abitazioni e negli uffici dell'assessorato regionale al territorio e ambiente. Sono state rinvenute e sequestrate ingenti somme di denaro e documentazione ritenuta interessante.
08/05/2007
Fonte: La Sicilia
365 pagine depositate in cancelleria
PALERMO - Un durissimo atto d'accusa nei confronti dell'imputato, ma anche una valutazione molto negativa nei confronti del presidente della Regione Sicilia, Toto' Cuffaro. In 365 pagine depositate in cancelleria, i giudici della terza sezione del Tribunale di Palermo spiegano le ragioni della decisione con cui, il 6 dicembre scorso, fu condannato a otto anni, con l'accusa di concorso esterno in associazione mafiosa, l'ex assessore alla Salute del Comune di Palermo Mimmo Miceli. Con lui, in accoglimento delle proposte dei pm Nino Di Matteo e Gaetano Paci, fu riconosciuto colpevole anche l'ex segretario particolare di Vito Ciancimino Francesco Buscemi, che ebbe sette anni.Il collegio presieduto da Raimondo Loforti ritiene Miceli un trait-d'union fra Cuffaro e il boss di Brancaccio Giuseppe Guttadauro. Proprio quest'ultimo avrebbe perorato la candidatura nelle liste del Cdu (oggi Udc) di Miceli, poi sponsorizzato dai mafiosi alle elezioni regionali del 2001. Il rapporto tra il governatore siciliano e il boss, sempre negato da Cuffaro, viene dato per scontato dai giudici: "Cuffaro e Guttadauro - si legge nella motivazione - continuano a mantenersi fedeli alla consegna di parlarsi fra loro solo attraverso Miceli". In un primo momento il capomafia di Brancaccio avrebbe chiesto la candidatura nel Cdu del proprio avvocato, Salvo Priola: il tramite sarebbe stato sempre Miceli, abituale frequentatore del salotto di Guttadauro assieme a un altro chirurgo, Salvo Aragona, condannato per concorso esterno e in rapporti - anche lui - col governatore siciliano. Dopo avere scoperto che Priola non era gradito a Cuffaro, Guttadauro preferì proprio Miceli, anche in virtù del particolare rapporto che lo legava a Cuffaro. Molti particolari di queste trattative sono stati rivelati dalle intercettazioni ambientali effettuate a casa del boss e sono stati poi spiegati da Aragona, divenuto collaboratore dei magistrati. Secondo l'analisi dei giudici, Guttadauro, più volte condannato per mafia, "non ritiene necessario, anzi valuta inopportuno, che il politico si schieri in prima persona su temi legati alla sopravvivenza di Cosa Nostra e piu' in generale si dichiara pronto a rendersi disponibile anche senza incontrare Cuffaro di presenza", mentre Miceli "fa da tramite fra il politico e gli affiliati mafiosi senza nascondere ad alcuno dei soggetti interessati la sua attivita'". Intanto le microspie continuano a registrare i colloqui che si svolgono nell'abitazione del mafioso: le ha piazzate il Ros nel 1999 e nel giugno 2001 Guttadauro le ritrovera'. Colpa di una fuga di notizie in cui Cuffaro, Miceli e Aragona avrebbero avuto un ruolo fondamentale. Per questo stesso fatto il Governatore è imputato nel processo 'Talpe alla Dda', con le accuse di favoreggiamento aggravato e rivelazione di segreto delle indagini. Alcuni pm hanno chiesto di aggravare l'accusa, facendola diventare concorso esterno. Il vertice della Procura, di fronte alle obiezioni dei titolari del processo Cuffaro, si è limitato a chiedere la riapertura di un'inchiesta già archiviata. Su questa richiesta il gip Fabio Licata non ha ancora deciso. E ora, dopo che i giudici scrivono che l'aver rivelato la presenza delle microspie dimostra piena consapevolezza della "potenzialita' agevolatrice per il sodalizio criminale e per Guttadauro", il dibattito e le polemiche interne alla Procura potrebbero riaprirsi. Proprio in merito alle intercettazioni la sentenza fa emergere come i periti abbiano attrezzature sofisticate, ma non capiscano il siciliano e dunque non sempre siano attendibili le loro analisi. Una frase pronunciata in dialetto ("vieru ragiuni avi'a Toto' Cuffaro") sembrava indicare nel presidente della Regione Sicilia la fonte dell'informazione sulla presenza della cimice piazzata in casa del boss Giuseppe Guttadauro; secondo la terza sezione del Tribunale di Palermo, quelle parole sarebbero state veramente pronunciate. La questione era stata oggetto di infinite polemiche tra i pm Nino Di Matteo e Gaetano Paci e i legali di Miceli, gli avvocati Ninni Reina e Carlo Fabbri. I difensori avevano sostenuto che la frase era incomprensibile e la loro tesi era stata rafforzata da una perizia ordinata dallo stesso Tribunale. Il collegio, dimostrando però di essere "peritus peritorum" (il piu' esperto degli esperti) non dà retta a coloro che pure aveva nominato: "L'ascolto - scrivono in sentenza - è risultato incomprensibile solo ai tecnici che hanno minore esperienza di dialetto siciliano, sia per le loro diverse originai regionali, sia per il fatto che il luogo in cui abitualmente esercitano la loro attivita' si trova fuori dalla Sicilia". A questo proposito viene citato un errore in cui incorre il gruppo diretto dal superpoliziotto Giampaolo Zambonini: "Confonde in modo evidente il primo 'ragiuni' (ragione, ndr) che compare nella frase, con 'raggrumi'. Espressione che nel contesto della conversazione non ha alcun senso logico... Semplicemente (l'esperto) non riesce a cogliere l'iterazione della stessa parola, che e' un fenomeno comune nel 'parlato' regionale". La difesa di Miceli aveva affermato che il riferimento poteva essere non a 'Toto' Cuffaro' ma 'a to' cugnato', il fratello della moglie di Guttadauro, il medico Vincenzo Greco, anch'esso coinvolto nell'indagine.
08/05/2007
Fonte: La Sicilia
Iscriviti a:
Post (Atom)

