mercoledì, aprile 18, 2007

Il patrimonio di Badalamenti

Palermo - La Procura di Palermo ha chiesto oggi al tribunale per le misure di prevenzione la confisca dei beni del boss mafioso Tano Badalamenti, morto in un carcere Usa nel 2004. Gli eredi di Badalamenti, che era accusato fra l'altro dell'omicidio di Peppino Impastato, avevano invece già chiesto al Tribunale il dissequestro del patrimonio di 'don Tano'. Il collegio, presieduto da Cesare Vincenti si è riservato di decidere.
Fonte: virgilio.it

Di Gati parla...

Caltanissetta - L'imprenditore di Campofranco Angelo Schillaci era il tramite che metteva in contatto i boss di Cosa Nostra della provincia Agrigento con il capo della mafia siciliana Bernardo Provenzano. Lo ha detto ieri mattina il collaboratore di giustizia Maurizio Di Gati, 40 anni, di Racalmuto, al processo che si celebra in Tribunale a carico di 4 ex presunti postini di Provenzano delle province di Agrigento, Caltanissetta e Ragusa.
Di Gati è stato citato dal p.m. Rocco Liguori nel processo che vede accusati di associazione mafiosa Alessandro Farruggio, che gestisce una macelleria a Montedoro, i fratelli Gioacchino e Roberto Ferro di Canicattì, imprenditori (tutti e tre detenuti dal gennaio 2005 quando furono coinvolti nel blitz Grande Mandamento) e l'imprenditore agricolo Salvatore Martorana originario di Casteldaccia ma da anni residente a Vittoria. Di Gati ha raccontato ai giudici del Tribunale il perché del suo pentimento («mentre ero latitante mia figlia mi scrisse una lettera dicendo che se morivano tutti i carabinieri sarei potuto tornare a casa»), ha ricordato i suoi trascorsi alla reggenza della cosca mafiosa di Racalmuto dal «1991 al 26 novembre 2006 quando decisi di costituirmi», il suo ruolo di capo di Cosa Nostra nell'Agrigentino dal maggio del 2000 fino al 2002, e poi la sostituzione con Giuseppe Falsone, di Campobello di Licata, attualmente latitante.
«Conosco Falsone dal 1995 - ha ricordato il collaborante di Racalmuto - e ci siamo incontrati più volte durante la nostra latitanza. Non abbiamo mai avuto contrasti, tranne quando ci fu da scegliere il capo dell'Agrigentino. Una volta incontrai Falsone alla presenza di suo fratello Calogero, ma non me lo presentò ritualmente come uomo d'onore».
Sarebbe stata la cosca nissena di Cosa Nostra, in particolare le famiglie di Campofranco e Montedoro, a consentire il passaggio dei famigerati «pizzini» che incoronarono Falsone reggente di Cosa Nostra dell'Agrigentino, ha detto Di Gati, tramite Angelo Schillaci, di Campofranco e Vincenzo Parello di Favara. «In pratica Benedetto Spera e Antonino Giuffrè sponsorizzavano me come reggente di Agrigento - ha ricordato Di Gati - mentre Bernardo Provenzano aveva indicato Falsone. E alla fine passò la sua decisione», anche perché la maggior parte dei capi delle famiglie dell'Agrigentino erano con Falsone e con Provenzano, del quale avevano sposato la linea della sommersione. Di Gati ha detto che il favarese Vincenzo Parello è stato indicato come il più stretto collaboratore di Giuseppe Falsone.
Circa gli imputati del processo, Maurizio Di Gati ha detto che dopo alcune operazioni antimafia nell'Agrigentino, Falsone voleva fare «camminare» i fratelli Ferro di Canicattì per le estorsioni, ma non se ne fece nulla perché Provenzano li faceva muovere riservatamente per sue esigenze. Il pentito di Racalmuto ha pure indicato Alessandro Farruggio come componente della famiglia mafiosa di Canicattì, anche se risiedeva a Montedoro, e che lo stesso Farruggio (dopo essere stato posato nel 1999 durante la reggenza Fragapane) sarebbe tornato attivo a tal punto da essere contattato e informato da Giuseppe Falsone prima degli omicidi di Diego Guarneri e Vincenzo Collura avvenuti a Canicattì.
Infine alla domanda del presidente del collegio Di Giacomo Barbagallo sulla conoscenza del successore di Provenzano al vertice della Cosa Nostra siciliana, dopo l'arresto del boss corleonese dell'11 aprile 2006, Di Gati non ha saputo fornire indicazioni. Si è solo limitato a dire: «Fu un durissimo colpo che ci scombussolò...».
Fonte: La Sicilia

Via secondaria per Falcone

Palermo - La decisione della commissione toponomastica del Comune di Palermo di intitolare a Giovanni Falcone una strada secondaria di periferia ha suscitato le ire della sorella del magistrato ucciso dalla mafia nella strage di Capaci il 23 maggio del 1992 con la moglie e tre agenti della scorta. La via in questione e' quella finora provvisoriamente chiamata "UR3" e che va da via Castellana a via Roccazzo.
"Nulla da dire sul quartiere, per carita', ma la decisione di dedicare a mio fratello in via UR3 non fa onore a questa citta'. Mio fratello meritava di piu'", commenta Maria Falcone, che puntualizza: "Io non ho mai chiesto niente a nessuno, non ho chiesto monumenti, non ho chiesto altro. Pero' penso che mio fratello meritava una zona migliore di questa. Si era detto che un tratto di via Notarbarolo sarebbe stato dedicato a Giovanni, si era parlato anche di un tratto di via Francesco Crispi, e invece oggi mi informano che la strada il Comune ha deciso di intestarla in un'anonima zona di periferia. Io ho inaugurato strade e piazze in tutta Italia ed in diverse citta' europee con il nome di mio fratello. E tutti gli enti preposti e le varie amministrazioni comunali hanno assegnato a Giovanni Falcone strade e piazze centrali e zone monumentali", conclude Maria Falcone, che presiede la Fondazione Falcone.
La commissione toponomastica ha deciso anche di intitolare un tratto di via Mariano D'Amelio, traversa via Autonomia Siciliana dove fu compiuta la strage del 1992, a Paolo Borsellino, ucciso in quell'attentato assieme a cinque agenti della sua scorta. Il tratto di via Gugliemo Borremans da viale Galileo Galilei e da piazza Rocco Chinnici alla via Giotto, inoltre, sara' dedicato a Francesca Morvillo, moglie del giudice Falcone uccisa con lui nella strage di Capaci. A Falcone e Borsellino e' stato da tempo intitolato l'aeroporto di Palermo.
Fonte: Agi online

Grasso e le sue solite ovvietà...

Aula magna stracolma di studenti ieri pomeriggio alla facoltà di Giurisprudenza di via San Faustino per la presenza a Brescia di Pietro Grasso, procuratore aggiunto della Direzione nazionale antimafia dal 2005. Una presenza che per il suo carisma ha richiamato molti studenti. Invitato dalla lista «Studenti democratici» e dall’associazione Libera Pietro Grasso, accolto da un lunghissimo applauso, ha portato la sua lunga esperienza nella lotta alla mafia. Un lungo racconto di ricordi e talvolta aneddoti a partire da metà degli anni '80, quando ricoprì l’incarico di giudice a latere del primo maxiprocesso a Cosa Nostra. Poi gli anni successivi, fino allo scorso anno, l’11 aprile 2006, il giorno dopo le elezioni politiche, quando contribuì all’arresto di Bernardo Provenzano, latitante da 43 anni.
Grasso ha ricordato l’atmosfera di violenza della Sicilia, la sensazione di impotenza a volte addirittura palpabile, la lunga catena di omicidi che ci fu a partire dal 1979 per un lungo periodo, «un’ecatombe di persone uccise» solo perché servivano lo Stato. Un racconto nel quale si evidenzia «la percezione di privazione della libertà». Ma la mafia non è solo omicidi, anzi negli anni ha sviluppato una capacità di nascondersi per «ristrutturarsi e continuare a gestire tranquillamente i propri affari».
Il procuratore si dice preoccupato quando sente dire che «la mafia non fa più notizia». Anzi, per certi versi, è proprio quando non ci sono scontri e faide interne che forse si ritrova la massima «efficienza» del fenomeno mafioso. Una mafia che costruisce consenso territoriale e che cerca di imporre i suoi miti anche deformando il significato delle parole appropriandosi di termini positivi quali famiglia, amicizia («L’amico degli amici») e rispetto.
Fenomeno diffuso e articolato, la mafia inquina la società in tutti i suoi aspetti, nell’economia e nelle relazioni. «Per definizione la mafia è violenza, corruzione, collusione, compromesso, contiguità - ha detto a Bresciaoggi prima dell’incontro con gli studenti il procuratore antimafia -: è in qualche modo il paradigma dell’illegalità. Ai giovani è più facile parlare di mafia attraverso esempi e storie che magari lasciano il segno piuttosto che tante vuote parole». In questo senso parlare di mafia significa anche aprire riflessioni più ampie sull’educazione alla legalità.
Profondamente radicata al Sud, la mafia siciliana e le altre organizzazioni della criminalità organizzata italiana hanno radici territoriali ben precise ma poi espandono la loro sfera di intervento in altre regioni italiane. E Brescia non ne è immune, come aveva d’altronde dimostrato anche il triplice omicidio della scorsa estate a Urago Mella. «Qui c’è un’ottima direzione distrettuale antimafia - ha sottolineato Pietro Grasso -. Sappiamo che la mafia ha una terra di origine ma anche territori nei quali investire i profitti illeciti realizzati. Brescia, come d’altronde il Nord Italia in genere, è senz’altro una zona dove i capitali investiti danno molto reddito e quindi è facilmente ipotizzabile che anche in questa provincia ci siano infiltrazioni, difficili però da scoprire perché mimetizzate come attività assolutamente legali».
Fonte: Brescia oggi

sabato, aprile 14, 2007

Tangenti per il Garibaldi

CATANIA - Undici condanne e otto assoluzioni: è questo il bilancio della sentenza della prima sezione penale del Tribunale di Catania a conclusione del processo su presunte tangenti per la costruzione del nuovo ospedale Garibaldi e del centro residenziale per studenti universitari 'Il Tavoliere' che avrebbe dovuto realizzare l'Iacp etneo. I giudici, tra gli altri, hanno condannato a due anni e sei mesi di reclusione il senatore e sindaco di Bronte, Pino Firrarello (FI), per corruzione e turbativa d'asta, e invece assolto il presidente della Commissione agricoltura di Palazzo Madama, il senatore Nuccio Cusumano (Udeur). A entrambi non è stato invece contestato il capo di imputazione di concorso esterno in associazione mafiosa. Il Tribunale ha anche condannato a quattro anni di reclusione, a cinque di interdizione dall'attività e a un anno di libertà vigilata l'imprenditore Giulio Romagnoli. Il Tribunale ha disposto anche la trasmissione degli atti alla procura della Repubblica di Catania per valutare l'ipotesi di contestare nuovi capi d'accusa al senatore Firrarello sulla valutazione di intercettazioni ambientali in cui un esponente di spicco del clan Santapaola Giuseppe Intelisano parlerebbe del senatore. Il Tribunale ha assolto Michele Cavallini, Rosario Furnò, Salvatore Gennaro, Giuseppe Intelisano, Rosario Puglisi, Ignazio Sciortino, Giuseppe Ursino e il senatore Nuccio Cusumano. I giudici hanno invece condannato Giuseppe Cicero a un anno e sei mesi, pena sospesa; Valerio Infantino a un anno; Roberto Mangione a due anni e sei mesi; Fabio Marco a tre anni e sei mesi; Franco Mazzone a quattro anni e sei mesi; Gaetana Piccolo a tre anni e sei mesi; Vincenzo Randazzo a un anno; Mario Seminara a quattro anni; Angelo Tirendi a due anni, pena sospesa; Giulio Romagnoli a quattro anni; e il senatore Pino Firrarello a due anni e sei mesi. Il collegio ha anche riconosciuto il diritto al risarcimento dei danni morali e materiali all'impresa di costruzione Fratelli Costanzo e all'azienda ospedaliera Garibaldi.
14/04/2007
Fonte: La Sicilia

Antonio Madonia assolto, i pentiti si contraddicono

Palermo - Il superkiller mafioso Antonino Madonia e' stato assolto dall'omicidio di Enzo Giuseppe Carava', un enologo ucciso nel corso principale di San Cipirello (Palermo) il 12 aprile 1976. La sentenza e' stata pronunciata col rito abbreviato dal giudice dell'udienza preliminare del Tribunale di Palermo Mario Conte, che ha accolto le richieste del pubblico ministero Lia Sava e del legale di Madonia, l'avvocato Giovanni Restivo. La formula usata e' quella che un tempo era definita dubitativa.
Carava', secondo i collaboratori di giustizia, fu ucciso perche' avrebbe partecipato a un sequestro di persona risalente a qualche tempo prima del delitto. I pentiti pero' si sono contraddetti e la stessa rappresentante della pubblica accusa ha chiesto l'assoluzione. Giovanni Brusca, che si era autoaccusato dell'omicidio, chiamando in causa anche Madonia, aveva detto che la vittima era stata punita per avere avuto un ruolo nel sequestro Campisi, un imprenditore di Monreale. Un altro collaborante, Giuseppe Maniscalco, genero del boss di San Cipirello Giuseppe Agrigento, aveva invece appreso 'de relato' dal suocero che il rapimento 'proibito' sarebbe stato quello dell'imprenditore di Salemi Luigi Corleo.
Un sequestro avvenuto nel 1975 e che fece scalpore, anche perche' il ricchissimo e potente Corleo - mai ritornato a casa - era suocero dell'ancor piu' potente esattore mafioso Nino Salvo, morto alla vigilia del maxiprocesso dopo essere stato rinviato a giudizio e cugino dell'altro esattore Ignazio, condannato per mafia e ucciso il 17 settembre 1992, pochi mesi dopo che la sentenza del maxi era divenuta definitiva. Nel processo per l'omicidio Carava' si era costituita parte civile la vedova, assistita dall'avvocato Salvino Pantuso.
Fonte: La Sicilia
Fonte: Agi online

Via al maxi processo a Enna

Enna - Si è aperto ieri con una raffica di eccezioni preliminari il maxiprocesso per associazione mafiosa finalizzata alle estorsioni, dinanzi al tribunale di Enna. Alla sbarra boss e "picciotti" della mafia ennese, catanese, nissena e messinese. Sedici imputati per 11 ipotesi di estorsioni messe a segno nell'ennese e a San Cataldo. Per queste ultime i sancataldesi Salvatore Cordaro, Antonino Cordaro e Maurizio Di Vita ed il riesino Giuseppe Laurino, sono imputati con il boss di Enna, Gaetano Leonardo e con il capofamiglia di Caltagirone, Ciccio La Rocca che deve rispondere del pizzo imposto ai cantiere dell'Ira Costruzioni in territorio di Enna.
Gli avvocati Gianluca Amico, Davide Anzalone e Dino Milazzo difensori dei Cordaro e del Di Vita, hanno sollevato eccezione di incompetenza territoriale del tribunale di Enna, essendo i reati consumati a San Cataldo e quindi di competenza del tribunale nisseno. Il Pm Roberto Condorelli si è opposto sostenendo che il reato è collegato all'ennese, sia per le vittime che sono i fratelli Arena, noti imprenditori ennesi, sia per la complicità degli imputati con il boss Tano Leonardo. Il collegio, presieduto da David Salvucci, si è riservato di pronunciarsi nel corso della prossima udienza fissata per l'8 maggio.
Leonardo aveva deciso di imporre il pizzo sui supermercati che i fratelli Giovanni, Gioacchino e Cristoforo Arena, gestivano a Enna e San Cataldo e avrebbe ordinato ai Cordaro e a Di Vita una serie di atti intimidatori messi a segno tra il '99 e il 2000. I tre sono considerati gli esecutori materiali, su ordine di Tanu u liuni, di due danneggiamenti al Sidis, di San Cataldo.
Prima a titolo di "avvertimento" venne cosparso liquido incendiario sulla saracinesca del supermercato poi, forse di fronte al rifiuto di pagare il "pizzo", secondo le accuse gli imputati si introdussero nel centro commerciale e appiccarono le fiamme. I danni superarono i 400 milioni di vecchie lire e l'azienda visse un periodo di crisi con posti di lavoro a rischio per mesi.
Fonte: La Sicilia

Giuseppe Madonia chiede il rito abbreviato

E' accusato di essere stato una delle "menti" di un omicidio maturato nel contesto della faida mafiosa che interessò Valledolmo un ventennio fa e con questa accusa salirà sul pretorio il 23 maggio. L'imputato è il boss Giuseppe Madonia che, ieri, ha chiesto al Gup di Palermo Rachele Monfredi di essere giudicato con il rito abbreviato. L'omicidio per il quale il numero uno di Cosa Nostra nel Nisseno è in attesa di giudizio è quello compiuto il 24 gennaio del 1987 a Buonfornello ai danni di Rosolino Miceli, fatto fuori a colpi di fucile ed il cui corpo venne poi bruciato nel bagagliaio dell'auto del presunto killer. A tirare in ballo il boss per quel fatto di sangue sono stati l'ex capomandamento di Caccamo, Nino Giuffrè, e Ciro Vara.
Le due "gole profonde", nell'autoaccusarsi del fatto di sangue delinearono il contesto in cui maturò e fecero i nomi di chi - a loro dire - aveva emesso sentenza di morte contro Miceli. In particolare Giuffrè disse di essere stato uno degli ideatori del delitto insieme con Madonia e con Bernardo Provenzano. Vara, invece, avrebbe coordinato il lavoro del killer indicato dai due collaboranti in Rosolino Rizzo.
Madonia ha chiesto ed ottenuto di essere giudicato col rito abbreviato. La sua posizione, dunque, è stata stralciata da quella di Rizzo e Provenzano per i quali è stato disposto il rinvio a giudizio. Il difensore di Madonia, avv. Antonio Impellizzeri, ieri stesso ha preannunciato che all'apertura del processo con l'abbreviato contro Madonia chiederà la riunione con un altro processo che vede imputato il boss per un altro omicidio della faida di Valledolmo, quello di Gandolfo Panepinto.
Fonte: La Sicilia

giovedì, aprile 12, 2007

Questo è il dato triste...

Corleone - Ci sono gli studenti con le magliette bianche e i cappellini dello stesso colore che inneggiano alla legalita', c'e' il presidente della Regione Sicilia Salvatore Cuffaro con sette assessori regionali al seguito, ma anche il sindaco di Corleone (Palermo), Nicolo' Nicolosi e tanti, tantissimi giornalisti provenienti pure dall'estero. Ma per celebrare il primo anniversario della cattura del capo mafia Bernardo Provenzano è assente la cittadinanza di Corleone.
Gli abitanti del paese che ha dato i natali al boss dei boss di Cosa nostra hanno deciso di snobbare la manifestazione 'Voglia di liberta'' organizzata dal Comune, in occasione del primo anniversario della cattura avvenuto l'11 aprile 2006 in un casolare di Contrada Montagna dei Cavalli a pochi chilometri da Corleone.
Così, all'intitolazione della strada 'Via 11 Aprile 2006 - Arresto di Bernardo Provenzano, mafioso', in Contrada Montagna dei Cavalli, lungo la strada che porta alla masseria dove fu arrestato il boss, si ritrovano soltanto poche decine di studenti, autorita' politiche, forze dell'ordine e i giornalisti e i fotografi che immortalano l'evento. Ma della gente comune nessuna traccia. Sono pochissimi gli abitanti di Corleone che si presentano nei pressi del casolare per festeggiare il primo anniversario dalla cattura.
Fonte: Adn Kronos

"Se condannato, lascio"... Sarà vero...

CORLEONE (PALERMO) - "Sono stato un imputato modello, so di avere la coscienza pulita e ribadisco che se dovessi essere condannato per mafia lascerò definitivamente la politica". Il presidente della Regione, Salvatore Cuffaro, a Corleone per le celebrazioni della cattura di Provenzano, torna sui fatti processuali che lo interessano e chiede giustizia. "Oggi siamo qui - afferma Cuffaro - per ricordare nel giorno della ricorrenza dell'arresto di Provenzano che le istituzioni sono contro la mafia e bisogna combattere con l'aiuto di tutti queste battaglie per arrivare anche all'arresto di altri latitanti. È una sfida che bisogna vincere perchè la mafia fa schifo".
Il governatore, rispondendo alle domande dei giornalisti che gli chiedevano se provava disagio sul fatto che il programma è stato organizzato facendo in modo che i magistrati che verranno insigniti della cittadinanza onoraria , non lo incontrassero, ha risposto: "Ho rispetto per i pm che mi stanno processando, non ho mai polemizzato con loro e non vorrei mai metterli a disagio".
Cuffaro ha anche aggiunto: "È una giornata memorabile per la lotta alla mafia, quella che stiamo vivendo a Corleone. L'arresto di Provenzano di un anno fa segna il momento più alto della vittoria dello Stato contro la mafia. Ma la guerra continua - ha proseguito - e ognuno di noi deve continuare a dare il proprio contributo".
"La mafia sarà sconfitta grazie al costante impegno delle forze dell'ordine e della magistratura, ma anche per ciò che ciascun componente della società saprà mettere a disposizione in questa sfida fondamentale per il progresso e la libertà della nostra terra".
11/04/2007
Fonte: La Sicilia