sabato, ottobre 14, 2006

De Mauro, parla La Licata

PALERMO. Mauro De Mauro, il giornalista del quotidiano L’Ora di Palermo sequestrato sotto casa il 16 settembre del 1970, «fu ucciso dalla mafia dopo essere stato “interrogato”» sulla natura delle notizie che aveva scoperto. Il corpo venne seppellito sul greto del fiume Oreto, il corso d’acqua che attraversa il territorio dov’è sorta la Circonvallazione di Palermo.
Questo racconta Francesco Marino Mannoia, il collaboratore chiamato a testimoniare al processo che vede il boss Totò Riina - a distanza di 36 anni dai fatti - unico imputato dell’omicidio del giornalista. Ma non dice solo questo, l’ex mafioso, parlando in videoconferenza dagli Stati Uniti (dove vive sotto protezione). «Il corpo di De Mauro - aggiunge - fu spostato, insieme con altri cadaveri seppelliti nelle vicinanze, perchè Cosa nostra temeva che potessero essere trovati nel corso dei lavori che di lì a poco sarebbero iniziati. Tutti furono sciolti nell’acido, ecco perché di quei corpi non è stato mai trovato nulla». Marino Mannoia, che dentro Cosa nostra è soprannominato «mozzarella», indica anche il posto esatto dove la mafia aveva improvvisato una specie di cimitero clandestino: «Sotto la Circonvallazione, nei pressi del bar Settebello». E la riesumazione («alcuni corpi non erano ancora decomposti») fu seguita personalmente da lui, allora luogotenente del boss Stefano Bontade.
L’operazione riuscì perché venne utilizzata una tecnica nuova «importata» dagli Stati Uniti da Salvatore Inzerillo, amico di Bontade. Per sciogliere i cadaveri si fece ricorso per la prima volta all’acido, altra cosa rispetto ai sali chimici «che non riuscivano a far sparire tutto». Marino Mannoia, come spesso gli è accaduto nel corso di tanti anni di processi, è apparso sicuro di sè quando ha descritto fatti vissuti direttamente. E, ovviamente, è stato più fumoso quando ha riferito notizie apprese da altri. Sul movente che avrebbe causato la fine di Mauro De Mauro, il collaboratore ha finito per fungere da riscontro alle dichiarazioni dell’altro pentito, Tommaso Buscetta, che aveva descritto il giornalista come «pericoloso» per la mafia, specialmente dopo aver scoperto qualcosa sulla tragica fine del presidente dell’Eni Enrico Mattei, vittima di un oscuro incidente aereo nel 1962. Secondo Buscetta, l’aereo di Mattei sarebbe stato sabotato mentre era fermo all’eroporto di Catania.
La manovalanza dell’attentato stava nella mafia, la testa abitava nelle alte sfere dei grandi giochi petroliferi. Il boss aveva parlato di un intervento di Cosa nostra americana «nell’interesse delle Sette Sorelle». Ieri anche Mannoia ha parlato di «interessi americani», ma non è stato in grado di approfondire. Il processo, d’altra parte, contiene in sè più d’una pista (un’altra si riferisce alla presunta scoperta di De Mauro del golpe Borghese che nell’estate del ‘70 era in preparazione), ma non sempre le ricerche sono risultate efficaci. Ci sono, tra le migliaia di carte, rivoli di indagine che, chissà per quale motivo, non sembra siano stati presi in considerazione. E’ il caso di un rapporto del questore di Palermo del 13 aprile del 1972, scritto - rivela il questore Bruno Contrada che allora lavorava alla squadra mobile di Palermo - sulla base di una fonte confidenziale trovata dal vicequestore Boris Giuliano, poi assassinato dalla mafia nel 1979. Giuliano aveva parlato con un impiegato del Tribunale civile di Palermo e da questi aveva appreso che De Mauro, accompagnato dal commercialista Nino Buttafuoco (l’uomo che entrerà pesantemente nelle indagini nel tentativo di depistarle), era stato nella cancelleria della «sezione Commerciale» in cerca di notizie sulle esattorie.
Già le famigerate esattorie dei cugini Nino e Ignazio Salvo. Il misterioso teste (E’ vivo? In questi 36 anni, è mai stato interrogato da qualche magistrato?) avrebbe confidato a Giuliano di aver poi saputo dal giornalista che questi era in cerca di prove «su una colossale frode in danno dell’Erario», soldi che servivano «per comprare protezioni a tutti i livelli e finanziare campagne elettorali». Se fosse vero, si tratterebbe di una sorta di colossale (70 miliardi del 1970) corruzione per finanziare la politica: una tangentopoli ante litteram. Ma il rapporto del questore va oltre, aggiungendo che Buttafuoco, in una sorta di ripensamento, nei giorni successivi si sarebbe mosso parecchio per impedire che De Mauro potesse utilizzare le notizie di cui era entrato in possesso. E cita, il rapporto, che proprio Buttafuoco - in un colloquio avuto col giornalista Roberto Ciuni - aveva manifestato preoccupazione «per aver confidato a De Mauro fatti riguardanti grosse evasioni fiscali o atti di corruttela nell’ambiente degli uffici tributari di Palermo».
Lo stesso Buttafuoco, subito dopo la scomparsa di De Mauro, si sarebbe precipitato a casa del giornalista per «offrire» alla moglie solidarietà ma per chiedere anche di essere informato dell’indirizzo assunto dalle indagini e soprattutto se fosse stato trovato qualche documento interessante. Un gioco pericoloso che gli costerà persino un periodo di detenzione, ma che si concluderà col proscioglimento.
Fonte: La Stampa

giovedì, ottobre 12, 2006

Un arresto per estorsione

MESSINA - Gli agenti della squadra mobile della polizia di Messina hanno arrestato Benito Barcellona, 69 anni, con l'accusa di estorsione e usura. L'uomo è stato arrestato dopo la denuncia alla Polizia di un commerciante del centro cittadino che da mesi era costretto a sottostare alle minacce dell'uomo. Il commerciante aveva infatti chiesto soldi in prestito a Barcellona che gli aveva chiesto interessi sempre crescenti. Dopo la denuncia gli agenti si sono appostati davanti al negozio aspettando che la vittima consegnasse il denaro a Barcellona e poi lo hanno arrestato.
12/10/2006
Fonte: La Sicilia

Mafia a Brescia

Il salone «Dolores Abbiati» della Casa del popolo di Urago colmo di persone, attente e ansiose di assistere all’incontro sulle «Mafie a Brescia» promosso dal coordinamento provinciale di Libera e dal comitato antimafia di Brescia. E’ accaduto ieri sera, proprio ad alcune decine di metri da dove poco più di un mese fa la famiglia Cottarelli fu sterminata. Polemiche strumentali, attacchi agli stranieri e allarme ordine pubblico. Poi, ora dopo ora, grazie alle veloci inchieste condotte dalla polizia e dai magistrati, arrivarono gli arresti e la matrice mafiosa della strage venne a galla. Ieri sera questa rapida cronistoria è stata raccontata, così come si è fatta memoria della presenza malavitosa e mafiosa nel Bresciano negli ultimi anni, una presenza radicata che solo in rare occasioni si mostra nel suo aspetto più visibile e violento. Lo ha fatto Fernando Scarlata, del comitato antimafia di Brescia, ricordando le numerose inchieste e in alcuni casi anche gli omicidi che hanno interessato la città e la provincia: infiltrazioni mafiose, traffici di droga e di armi, prostituzione e racket. Le zone? Franciacorta e lago d’Iseo, il Garda, la Bassa bresciana. E ad essere arrestati, in comuni e frazioni della provincia, «non solo» calabresi e siciliani, ma anche tanti bresciani. Rita Camisani, del coordinamento provinciale di Libera, ha allargato la riflessione volgendo lo sguardo alla necessità di un recupero della cultura della legalità e della cittadinanza democratica «per tenere lontana la voglia di mafia» che riscuote consensi. La mafia fa paura, certo, ma il consenso mafioso non è estorto con la violenza, ma «è costitutivo della polis». Forse c’è incapacità a cogliere i segnali, a confondere interesse proprio con il bene comune, a ragionar solo in termini di meno tasse da pagare, sesso a pagamento e lavoro nero senza pensare a cosa ci stia dietro. A essere interrogata è la città in tutte le sue componenti, dagli organi di informazione, alle istituzioni disattente, alle forze politiche che hanno strumentalizzato gli episodi mettendo tutto nel calderone, ai singoli cittadini troppo propensi a interpretare i delitti come altro da sé. Il sindaco Paolo Corsini ha rilevato che «purtroppo anche settori della sinistra bresciana sono stati latitanti ad intervenire e fare chiarezza», chiedendosi dove sia finita la «società civile» perché sicuramente da sole le istituzioni non bastano. Nei ricordi del sindaco c’è anche un incontro con la commissione antimafia avvenuto 8 anni fa, quando fu quasi deriso perché parlò di presenza mafiosa in provincia di Brescia. Una presenza che non tocca ancora le istituzioni ma il problema è fare prevenzione, ognuno nel proprio ruolo. Enzo Ciconte, docente di storia della criminalità organizzata all’università di Roma e consulente della commissione parlamentare antimafia, segnala che il problema è proprio questo: la sottovalutazione del fenomeno mafioso nel Nord Italia. A volte c’è ancora l’immagine di una mafia con la lupara e non si pensa agli affari, al riciclaggio di denaro sporco, all’inquinamento e alla distorsione delle regole dell’economia e della democrazia. «Nel fenomeno mafioso - ha ricordato il sindaco- non c’è solo privazione della vita e violenza, ma anche privazione degli spazi di democrazia». Il messaggio che arriva dal dibattito è proprio questo: un invito alla riflessione e a capire i fenomeni, cercando di evitare le semplificazioni e il voler credere che quanto sta accadendo «è fuori dalla comunità».
Fonte: Brescia oggi

Proposta di legge della Gasparrini

Roma, 11 ott. (Apcom) - Da due a cinque anni di reclusione, arresto in flagranza, emissione di ordinanza cautelare e dichiarazione di ineleggibilità o di decadenza se eletto. Queste le misure a carico del candidato o del malavitoso che supporta la sua campagna elettorale, previste nella proposta di legge presentata da Federica Rossi Gasparrini (Federcasalinghe) per migliorare la disciplina della sorveglianza speciale.
Le disposizioni legislative tendenti a colpire le organizzazioni criminali sono state completate e perfezionate, anche recentemente, con la disciplina legislativa del regime di carcerazione che va sotto il nome di "articolo 41-bis", anche detto "carcere duro". "C'è però un aspetto della legislazione vigente - afferma Gasparrini - che necessita di un ulteriore perfezionamento: è quello riguardante la disciplina della sorveglianza speciale". E' infatti previsto dalla legge che le persone sottoposte al regime di sorveglianza speciale di polizia sono per legge private dell'elettorato attivo e passivo, cioè non possono votare e non possono essere elette".
"Tuttavia - prosegue Gasparrini - non c'è alcuna disposizione di legge che vieti a tali persone di svolgere propaganda elettorale in favore di candidati o di simboli, che possono continuare ad esercitare la loro influenza sul terreno politico e, poiché si tratta di persone riconosciute socialmente pericolose - sottolinea l'onorevole - è evidente come grazie alla loro attività propagandistica vengano favorite persone portatrici di interessi non leciti, legate ai candidati. La presente proposta di legge - conclude Gasparrini - vuole quindi colpire uno dei nodi cruciali dei rapporti tra politica e malaffare, che in alcune regioni d'Italia infangano le istituzioni democratiche".
Fonte: virgilio.it

Arriva Menucci-Benincasa

Lotta alla mafia e non solo. Il tenente colonnello Jacopo Mannucci-Benincasa, nuovo comandante del reparto operativo dell'Arma dei carabinieri, ha le idee chiare: «La lotta alle cosche è al primo posto, naturalmente - ha detto - ma vi sono altri contesti relativi alla sicurezza e al contrasto dei vari fenomeni illeciti che vanno seguiti con la necessaria attenzione». «Ho lavorato sul fronte della lotta alla camorra e mi sono occupato di 'ndrangheta dopo avere lavorato in provincia di Reggio Calabria. Adesso tocca alla mafia, alle investigazioni sul fronte della lotta a Cosa nostra». Il tenente colonnello Mannucci-Benincasa, 39 anni, originario di Padova, ieri ha incontrato i giornalisti nei locali della caserma 'Carini'. «Per il momento - ha aggiunto - sono nella fase interlocutoria, quella dell'osservazione. Il fenomeno mafioso va affrontato con la necessaria cautela e con la massima attenzione. È chiaro che, venendo qui a Palermo, al primo posto dei miei interessi investigativi ci sta la lotta alle cosche. Sono contento di lavorare a Palermo, si tratta di un incarico pieno di responsabilità e spero di prendermi qualche soddisfazione». È stato il comandante provinciale, colonnello Vittorio Tomasone, a presentare il nuovo responsabile del Reparto operativo. Il tenente colonnello Mannucci-Benincasa ha svolto il servizio presso la compagnia di Bianco (Reggio Calabria), nella sezione anticrimine di Napoli e ha guidato il reparto operativo di Modena. «Per quanto concerne le indagini anticamorra - ha detto l'ufficiale - ho partecipato a quelle relative all'arresto di Ferdinando Cesarano, capo di uno dei clan di Napoli ma anche ad una serie di attività d'indagine riguardanti alcuni boss di Napoli centro. Adesso mi trovo a fronteggiare le cosche e cercherò, assieme ai miei collaboratori, di offrire un buon contributo nelle attività in corso e in quelle che svilupperemo nelle prossime settimane».
Fonte: La Sicilia

L'agenda misteriosa

Caltanissetta. Chiusa l'inchiesta della procura di Caltanissetta, secondo quanto si è appreso, sulla scomparsa dell'agenda che Paolo Borsellino aveva con sé fino al giorno della strage di via d'Amelio. Il pm, Rocco Liguori, ha depositato gli atti sull'ex responsabile del reparto operativo dei carabinieri di Roma, il ten. col. Giovanni Arcangioli, indagato per false dichiarazioni all'autorità giudiziaria, che rischia ora una richiesta di rinvio a giudizio. Il nominativo dell'ufficiale dell'Arma era finito nel registro degli indagati della procura nissena in seguito a quanto da lui dichiarato in due audizioni del maggio 2005 e febbraio 2006 in qualità di testimone. L'ipotesi accusatoria è fondata sulla ricostruzione della scomparsa dell'agenda dell'allora procuratore aggiunto di Palermo fatta da Arcangioli. Quest'ultimo avrebbe ipotizzato, pur non avendo, dato il tempo trascorso, chiari e nitidi ricordi di quello specifico frangente, di aver aperto la borsa davanti a Giuseppe Ajala, intervenuto in via D'Amelio subito dopo l'attentato e di non aver visto alcuna agenda. Una ricostruzione, quest'ultima, smentita, stando alle indiscrezioni, dallo stesso Ajala. Arcangioli, recentemente promosso ad altro incarico è l'ufficiale dei carabinieri che appare in alcune immagini girate subito dopo la strage di via D'Amelio, con la 24 ore di Borsellino in mano. L'agenda in cui il magistrato, secondo quanto riferito dal tenente dei carabinieri Carmelo Canale, avrebbe riportato i propri appunti riservati, sarebbe scomparsa dalla borsa ritrovata sull'auto del magistrato dopo l'esplosione avvenuta il 19 luglio 1992. «Pur nel massimo rispetto della autorità giudiziaria procedente - commentano i difensori di Arcangioli - si deve sottolineare che l'indagine in corso colpisce gravemente l'onore e la professionalità di un fedele servitore dello Stato. Appartiene all'ovvio che a distanza di 14 anni i ricordi non possono essere nitidi e anzi sarebbe grave il contrario. Ci sarebbe da chiedersi perché filmati presenti da allora non siano stati esibiti al nostro assistito...». Tra l'altro, secondo i difensore dell'indagato, il reato ipotizzato dalla magistratura nissena sarebbe stato commesso a Roma (luogo cui le dichiarazioni sono state fatte) e quindi la competenza sarebbe dei pm della capitale.
Fonte: La Sicilia

Pippo Calò trasferito a Roma

ASCOLI - La videoconferenza non bastava più. Dopo oltre 30 udienze dal Supercarcere di Marino del Tronto, Pippo Calò, considerato dagli inquirenti l’ex cassiere della mafia, è stato trasferito a Roma in gran segreto ieri mattina prima dell’alba. Su un cellulare della polizia, scortato da cinque agenti, il boss era atteso in Corte d’Assise per l’esame davanti ai giudici. E Calò ha aspettato proprio questa occasione per ammettere di aver fatto parte di “cosa nostra”. “Ma non ero il cassiere della mafia” - ha detto - nè ho mai deciso omicidi eccellenti. Sono rimasto alle “vecchie regole” che imponevano di non toccare nè donne, nè bambini, nè le Istituzioni”. Sull’omicidio del banchiere Roberto Calvi è stato ancora più deciso: “Se è vero che avevo a disposizione un esercito come dicono i pentiti, vi pare che l’avrei fatto ammazzare da gente che tra l’altro faceva confidenze all’amante?”.
Alla domanda sul perchè numerosi collaboratori di giustizia lo hanno nel tempo indicato come coinvolto nell’uccisione di Calvi per averlo saputo da altri appartenenti a Cosa Nostra, Calò ha risposto in maniera altrettanto perentoria: “Tutto falso - ha detto - tutte calunnie. Tutti i pentiti che sono venuti qua sono stati gestiti e mi assumo tutta la responsabilità per quello che sto dicendo”. Calò ha voluto rispondere con una domanda alle dichiarazioni rese in aula nel dicembre scorso dal collaboratore di giustizia, Francesco Di Carlo. Dopo l’udienza il boss è stato riportato nel carcere di Ascoli dove sconta una serie di ergastoli in regime di 41bis. Calò, l’uomo d’affari Flavio Carboni, la sua ex compagna Manuela Kleinzig, l’ex boss della Banda della Magliana Ernesto Diotallevi e il contrabbandiere Silvano Victor sono sotto processo per l’ omicidio dell’ex presidente del Banco Ambrosiano Roberto Calvi trovato impiccato il 18 giugno 1982 a Londra sotto il ponte dei Frati Neri. La prima udienza del processo si tenne il 6 ottobre scorso. Gli avvocati di Calò, Corrado Raffaele Oliviero del Foro di Roma e Mauro Gionni di Ascoli, avevano chiesto fin dalle prime battute che il loro assistito fosse presente nell’aula della seconda sezione della Corte d’Assise di Roma, fatto che è avvenuto soltanto ieri. Il castello accusatorio si regge su tre punti che il pubblico mistero romano ritiene tutt’ora fondamentali: punire Roberto Calvi (presidente del consiglio di amministrazione e consigliere delegato del Banco Ambrosiano fino al 17 giugno del 1982) per essersi impadronito di notevoli quantitativi di denaro appartenenti a “ cosa nostra” e alla “ camorra”. Soldi recuperati totalmente o in parte prima del suo assassinio. Inoltre conseguire l’impunità, ottenere e conservare il profitto legato ai reati di riciclaggio posti in essere attraverso il banco Ambrosiano e le società legate allo stesso istituto di credito e di concorso nelle distrazioni delle ingenti somme di denaro effettuate in danno della banca e di altre società. Infine impedire a Calvi di esercitare il potere ricattatorio nei confronti dei referenti politico - istituzionali, della massoneria, della loggia “P2” e dello Ior con i quali - sempre secondo l’accusa - aveva gestito investimenti e finanziamenti anche provenienti da “ cosa nostra” e da enti pubblici nazionali. L’accusa quindi è convinta che Pippo Calò, capo mandamento di Porta Nuova nell’ambito di “cosa nostra” e incaricato di gestire grandi somme di denaro provento e profitto dell’attività della associazione criminale, avrebbe impartito ordini a Vincenzo Casillo, esponente della “ nuova camorra organizzata” diretta da Raffaele Cutolo. Questi ultimi, con altre persone non ancora identificate, avrebbero provocato la morte di Calvi per strangolamento simulandone poi il suicidio. Flavio Carboni invece, dopo essersi appropriato di 19 milioni di dollari erogati dal Banco Ambrosiano, avrebbe indotto Calvi ad affidarsi alle sue indicazioni per trovare una soluzione alle pressanti difficoltà giudiziarie del banchiere. In questa operazione si sarebbe avvalso dell’apporto di Ernesto Diotallevi e della sua compagna Manuela Kleinszig per organizzare la fuga di Calvi dall’Italia facendo poi in modo che la vittima venisse prelevata dagli esecutori materiali dell’omicidio. Per portare a termine il piano la Kleinszig avrebbe collaborato con Flavio Carboni. Infine, sempre secondo l’accusa Ernesto Diotallevi avrebbe svolto la funzione di collegamento tra Calò, presunto mandante del delitto, e Carboni. Il processo ai presunti killer di Calvi potrebbe aprire un vero e proprio vaso di pandora. “ Dove non si trova il vero responsabile io divento una sorta di prezzemolo giudiziario”. Questo fu il commento a caldo del boss Giuseppe Calò. E l’avvocato Gionni insiste anche oggi: “ Dagli atti emergono responsabilità di personaggi legati a banche di livello nazionale che avrebbero ricevuto anche i famosi documenti di Calvi”. Durante le ultime fasi dell’inchiesta agli indagati si è aggiunto anche il nome di Silvano Victor.
Fonte: Corriere adriatico

Restituiti beni confiscati per 250mln di euro

La Corte di Cassazione, confermando la decisione del 2005 della Corte d'Appello di Palermo, ha stabilito la restituzione dei beni per un valore di 250 milioni di euro all'imprenditore di Sciacca (Ag) Giuseppe Montalbano, già condannato in primo grado a sette anni e sei mesi con l'accusa associazione a delinquere di tipo mafioso.
I beni restituiti all'imprenditore settantenne – tra i quali 226 appartamenti, 19 terreni, un capannone, quote societarie e vari conti correnti, secondo la Cassazione sarebbero stati acquisiti in maniera legittima , per via ereditaria o grazie a investimenti.
L'unico bene che non è stato dissequestrato è la villa di Via Bernini a Palermo nella quale soggiornava Toto Riina prima della sua cattura. Montalbano, che ne risulta proprietario, ha sempre sostenuto di averla data in affitto ignorando che fosse in uso al boss mafioso corleonese.
Fonte: avvisopubblico.it

Mannoia parla di De Mauro

Palermo, 11 ott. - Il cadavere del giornalista Mauro De Mauro fu riesumato dai boss che lo avevano fatto seppellire sulle sponde del fiume Oreto, nei pressi del Ponte Corleone sulla circonvallazione di Palermo, e venne distrutto con acidi assieme ai resti di altre vittime della mafia. A raccontarlo ai giudici della terza sezione della Corte di Assise di Palermo e' stato il pentito Francesco Marino Mannoia, sentito questo pomeriggio in videoconferenza da una localita' degli Usa dove vive sotto protezione. De Mauro, cronista di giudiziaria del quotidiano "L'Ora", venne sequestrato davanti alla sua casa di viale delle Magnolie a Palermo il 16 settembre del 1970. Quello in corso e' il primo processo che si celebra per il delitto e il boss Toto' Riina e' l'unico imputato, come mandante. Secondo quanto ha riferito Marino Mannoia, la riesumazione si rese indispensabile per i boss quando, tra il 1977 e il 1978, sotto il Ponte Corleone avrebbero dovuto essere realizzati lavori di scavo che avrebbero mosso il terreno e avrebbero cosi' potuto portare alla luce il cimitero della mafia che vi si trovava. In quegli anni, secondo il collaboratore di giustizia, Cosa Nostra aveva cominciato a utilizzare l'acido per eliminare i cadaveri delle vittime della 'lupara bianca'. "Nella mia famiglia, quella di Stefano Bontate, avevamo molto acido perche' lo usavamo per raffinare la droga", ha affermato Marino Mannoia che in seno al clan ricopriva proprio il ruolo di chimico in virtu' dei suoi studi. Il pentito ha indicato in Stefano Bontate, Gaetano Badalamenti (entrambi deceduti) e Toto' Riina i "triumviri di Cosa Nostra", cioe' i capi in quel periodo, e i responsabili dell'uccisione di De Mauro. Con loro, per Mannoia, avrebbe avuto interesse alla morte di De Mauro anche il boss di Riesi (Caltanissetta), Giuseppe Di Cristina - assassinato nel 1978 - in quanto legato sentimentalmente alla sorella di Bontate. Tuttavia il collaboratore di giustizia ha detto di non essere a conoscenza dei motivi specifici per cui fu deciso il delitto. Ha affermato comunque che De Mauro era noto come "giornalista investigatore" e che la sua eliminazione potrebbe anche legarsi a interessi di Cosa Nostra americana e al delitto Mattei.
Fonte: agi.it

mercoledì, ottobre 11, 2006

Ciancimino rimane ai domiciliari

PALERMO - I giudici del Tribunale del riesame hanno rigettato l'istanza dei difensori di Massimo Ciancimino accusato di riciclaggio, che avevano impugnato la decisione, presa nei mesi scorsi, dal Gip di non revocare gli arresti domiciliari all' indagato.Stamani i difensori hanno presentato una nuova istanza di scarcerazione al Gip Fabio Licata, che è diverso dal precedente giudice. L'iniziativa della difesa arriva a pochi giorni di distanza dal lungo interrogatorio cui è stato sottoposto Ciancimino. Intanto Epifania Scardino, madre di Massimo Ciancimino, indagata anche lei per riciclaggio, ha chiesto di essere interrogata prima che i Pm decidano sulla richiesta di rinvio a giudizio.Massimo Ciancimino dall'8 giugno scorso è agli arresti domiciliari. La procura aveva chiesto al Gip la detenzione in carcere e il tribunale del Riesame gli ha dato ragione. I difensori dell'indagato si sono rivolti alla Cassazione e il 12 dicembre prossimo sarà discussa questa posizione, che stabilirà se il figlio dell'ex sindaco Vito Ciancimino dovrà essere rinchiuso in carcere.
11/10/2006
Fonte: La Sicilia