martedì, ottobre 10, 2006

Incapacità di intendere e di volere

CATANIA - Il processo per estorsione aggravata pendente davanti la quarta sezione penale del Tribunale di Catania è stato sospeso dai giudici per "l'incapacità di intendere e volere di Salvatore Santapaola", fratello del capomafia ergastolano Benedetto.
Lo dispone una ordinanza dei giudici che, secondo i dati di due perizie mediche, ritengono che "Santapaola non sia in grado di partecipare coscientemente al processo a suo carico" sottolineando "la condizioni di pericolosità sociale psichiatrica qualora l'imputato venisse posto al di fuori di un ambito protetto".
Il tribunale ha quindi aggiornato l'udienza del processo al prossimo 4 aprile del 2007, disposto altre due perizie medico-legali, e riconfermato il legale di Salvatore Santapaola, l'avvocato Giuseppe Lipera, procuratore speciale dell'imputato.
10/10/2006
Fonte: La Sicilia

lunedì, ottobre 09, 2006

Processo Dell'Utri

Il senatore: 'E' la forza della verità'. E' stato assolto dall'accusa di calunnia aggravata il senatore Marcello Dell'Utri (Fi) . A deciderlo sono stati i giudici della quinta sezione del tribunale di Palermo. Dell'Utri è stato assolto ''per non avere commesso il fatto'' in base all'art. 530, secondo comma del codice di procedura penale. Nei confronti del coimputato Cosimo Cirfeta, morto suicida nei mesi scorsi in carcere, i giudici hanno dichiarato ''il non doversi procedere perchè il reato e' estinto per morte del reo''.
L'avvocato Giuseppe Di Peri, difensore di Marcello Dell'Utri, ha così commentato l'assoluzione del senatore: "I giudici non hanno dato nulla di più o di meno di quello che Dell'Utri meritava''. ''Dell'Utri - dice il legale - ha sempre sostenuto di essere stato contattato dai collaboratori di giustizia e di non averli mai cercati''.
Il senatore ha atteso il verdetto nel suo ufficio di Milano e ha accolto con sorpresa la notizia dell'assoluzione perchè ''non nutre - dice l'avvocato - molta fiducia nell'operato dei magistrati''. L'accusa si basa su una combine che il parlamentare avrebbe organizzato con la complicità di due pentiti, Giuseppe Chiofalo e Cosimo Cirfeta, per screditare i collaboratori di giustizia che lo accusavano di c ollusioni con la mafia nel procedimento in cui il parlamentare di Forza Italia è stato condannato, in primo grado, a nove anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa.
Dell'Utri, secondo gli inquirenti, nel 1998 avrebbe tentato di creare un ''corto circuito'' nel sistema dei collaboratori di giustizia in modo da screditare i pentiti palermitani, in particolare Francesco Di Carlo, Domenico Guglielmini e Francesco Onorato, che si sono costituiti parte civile, ed hanno chiesto un risarcimento di un milione di euro. In questo modo, sostengono i pm, le accuse dei pentiti nei confronti del parlamentare sarebbero state demolite.
Per questa vicenda, legata anche ad un tentativo di estorsione per il quale Dell'Utri è stato giudicato a Milano, i pm di Palermo nel marzo 1999 avevano chiesto ed ottenuto dal gip un'ordinanza di custodia cautelare. L'esecuzione dell'arresto venne respinta a maggioranza dal Parlamento. Il giudice ha poi revocato il provvedimento cautelare nel luglio 2001. Il processo è iniziato il 17 settembre 2001 davanti ai giudici della quinta sezione del tribunale, presieduti da Salvatore Di Vitale, e sono stati ascoltati in aula diversi testimoni, fra cui anche il direttore del Sisde, Mario Mori. Durante la fase preliminare il pentito Chiofalo ha chiesto ed ottenuto di accedere al patteggiamento; così è stato condannato nel luglio di cinque anni fa a dieci mesi di reclusione. La sua posizione è stata stralciata ed è uscito dal processo. Cirfeta, che ha seguito molte udienze, è morto suicida nei mesi scorsi in carcere. Il pentito-imputato aveva riferito ad alcuni magistrati che i collaboratori Francesco Onorato e Francesco Di Carlo si sarebbero accordati fra loro per accusare di collusioni mafiose Marcello Dell'Utri e Silvio Berlusconi.
Le dichiarazioni del pentito si sarebbero poi allargate, tanto da affermare che ci sarebbe stata una ''combine'' anche contro Massimo D' Alema e l'ufficiale dei carabinieri Giuseppe De Donno. Nel processo sono inseriti filmati, fotografie e intercettazioni che riguardano incontri di Dell'Utri con Chiofalo e Cirfeta nel tentativo, sostengono i pm, di mettere a punto il piano per screditare i pentiti. Per questo motivo la Procura di Palermo ravvisò il pericolo di un inquinamento probatorio dagli incontri tra l'esponente politico ed i pentiti.Il parlamentare ha sempre negato ogni responsabilità, ammettendo gli incontri che sarebbero stati, ha detto, sollecitati dagli stessi collaboratori.
Diversa la versione di Chiofalo, secondo cui Dell'Utri gli avrebbe promesso denaro in cambio della falsa denuncia di un complotto che sarebbe stato ordito dai tre pentiti che sono parte civile, perchè parte lesa. La difesa aveva chiesto la rimessione del processo ad altro tribunale, per legittimo sospetto, ma la Cassazione ha rigettato l'istanza. Oggi i giudici della quinta sezione del tribunale hanno assolto Dell'Utri ''per non avere commesso il fatto''.
''Sono esterrefatto per l'assoluzione perchè non sono abituato''. Cosi' Marcello Dell'Utri ha commentato la sua assoluzione. ''E pensare - ha detto il senatore di Forza Italia - che questo è un tribunale che io avevo ricusato. Evidentemente la forza della verità era tale che i giudici non potuto che prenderne atto. Speriamo di continuare cosi'''.
Fonte: quotidiano.net

Parla Pina

Roma, 9 ott. (Apcom) - "Ho chiesto a Bertinotti di aiutarci a fare vedere alla Sicilia che la sinistra è credibile dando dei precisi e netti segnali di diversità dall'attuale centrodestra". Pina Maisano Grassi, vedova di Libero Grassi, l'imprenditore siciliano ucciso dalla mafia il 29 agosto del '91 per essersi rifiutato di pagare il pizzo, è soddisfatta dell'incontro durato poco meno di un'ora a Montecitorion con il presidente della Camera, Fausto Bertinotti. "E' una persona simpatica, anche perché da' l'idea di interessarsi a quello che gli si dice", ha detto la signora Grassi.
La vedova dell'imprenditore vittima della mafia ha raccontato del carteggio avuto con Bertinotti in occasione del quindicesimo anniversario della morte di suo marito: "Nella sua lettera il Presidente ha parlato di 'un percorso da seguire per liberarsi dal giogo del bisogno e dell'esclusione'. Mi ha colpito. Per questo gli ho risposto chiedendogli un incontro".
La signora Grassi ha fatto sapere ai cronisti che Bertinotti si è impegnato a "parlare con il Sottosegretario Enrico Letta affinché si metta in contatto con Rita Borsellino colei che rappresenta il tramite tra l'Assemblea della Regione Sicilia e il Parlamento".
Pina Maisano Grassi ha poi portato a Bertinotti l'elenco degli esercizi commerciali che in Sicilia hanno aderito ad 'Addiopizzo', ovvero che si sono ribellate al racket. "L'Associazione Addiopizzo è una delle poche realtà che contrastano duramente Cosa Nostra. Le varie commissioni Antimafia, sia quella regionale che quella nazionale, sono teoriche e poco pragmatiche: avrebbero un valore se facessero proposte. Invece esaminano cose già accadute. Questo non serve a niente. Abolirle sarebbe un buon modo per alleggerire il bilancio dello Stato...".
Fonte: virgilio.it

2 mln di euro di beni confiscati a Enna

Palermo, 9 ott. (Apcom) - Un imprenditore edile di Gagliano Castelferrato (Enna) Filippo Di Cataldo, 51 anni, è stato arrestato dai carabinieri con l'accusa di trasferimento fraudolento di beni. All'imprenditore, ritenuto vicino alla famiglia mafiosa di Cosa nostra facente capo a Giuseppe Piddu' Madonia, sono stati inoltre sequestrati beni per 2 milioni di euro.
Il provvedimento restrittivo è stato emesso dal Gip distrettuale del tribunale di Caltanissetta.
L'uomo, che è pregiudicato per associazione mafiosa, era già stato arrestato nel 1993 nell'ambito dell'operazione antimafia Leopardo' che portò in manette quasi 300 esponenti delle cosche del centro Sicilia.
Secondo gli investigatori Di Cataldo per poter accedere ai sub appalti ed evitare il sequestro preventivo dei beni avrebbe intestando al figlio 12 appezzamenti di terreno, una ditta, un un cementificio, 17 mezzi per il movimento terra, conti correnti bancari e un libretto di deposito.
fonte: virgilio.it

Mafia a Vicenza

VICENZA - 09/10/06. Il cliente dei Bovo era il basista della mafia. Il marchio è di quelli doc. Madonia. Un clan che ha fatto la storia di Cosa Nostra nella commissione provinciale di Caltanissetta, comandata da zio Piddu, numero due della Piovra fino al 1992. Fu l’anno della sua cattura, quando si dice il caso, proprio a Vicenza. Si annunciano sviluppi in Sicilia legati ai quattro arrestati di Montecchio Maggiore di sabato mattina da parte dei carabinieri del Ros di Padova e del reparto operativo di Vicenza guidati dal generale Raffaele Vacca. I quattro sono conosciuti come uomini d’onore della holding criminale più famosa del mondo ed erano in trasferta in terra berica per sequestrare e alleggerire di un quintale d’oro i fratelli Sebastiano e Nicola Bovo di Trissino, amministratori della ditta orafa “Bovo Luigi & C. snc” , fondata da Luigi Bovo nel 1973 e con sede in via del Lavoro. Se il colpo fosse andato in porto sarebbe stato da 2 milioni di euro e avrebbe inaugurato una serie molto lunga. C’è da scommetterlo, conoscendo i personaggi. Sviluppi. Se ci saranno altri arrestati a Caltanissetta in relazione allo sventato colpo dell’altro giorno per adesso non si sa. In giornata è comunque annunciata una conferenza stampa della Dia che dovrebbe fare il punto sull’operazione Gela-Trissino. Di certo, la cattura della temibile banda capeggiata da Salvatore Greco, 44 anni, del mandamendo di Gela, e composta dal compagno Nicola Liardo, 32 anni, e dai catanesi Rosario Riccioli, 33, e Luciano Iannuzzi, 38, ma anch’essi gravitavano sulla provincia nissena, apre una serie di interrogativi su manovratori e modalità operative del quartetto che comparirà per la convalida del fermo per ricettazione di due auto rubate davanti al gup Eloisa Pesenti. Ricostruzione. Il direttore commerciale Sebastiano Bovo era il predestinato a finire in trappola. I banditi sulle due Fiat Uno rubate a Montecchio Maggiore avrebbero avuto il compito di bloccare l’orafo simulando un posto di blocco tra Trissino e San Vitale. I carabinieri del colonnello Zubani e del tenente colonnello Clementi hanno sequestrato un lampeggiante di colore blu di quelli in uso alle forze dell’ordine e una paletta anch’essa simile a quella adoperata dai militari per i posti di controllo. Quindi, l’imprenditore sarebbe stato immobilizzato con del nastro adesivo da imballaggio e usato come cavallo di troia per entrare nella ditta orafa dove c’era il fratello e prelevare il tesoro. Doppio gioco. A leggere in filigrana l’operazione dei detective della Dia di Caltanissetta e dei Ros di Padova, i quali hanno avuto l’ausilio dei colleghi del luogotenente Ferrante, si constata l’alto livello professionale dell’apparato investigativo. Tutto ha inizio ancora all’inizio dell’estate quando la Dia nissena, analizzando una serie di dati nel corso di una operazione antimafia tuttora in corso nel Gelese, scopre che alcuni uomini d’onore parlano di un grosso colpo da compiere in Veneto contro degli orafi. Non si parla ancora di Vicenza, ma spunta il nome di un commerciante orafo siciliano trapiantato all’estero che sarebbe in contatto con più aziende. È il “mediatore”, il doppiogiochista. Qualche settimana ancora e i carabinieri decifrano il nome dei fratelli Bovo di Trissino, che hanno avviato trattative per una grossa fornitura d’oro di un quintale. Ordine di custodia. L’uomo chiave delle indagini, il quale a questo punto sa di essere nel mirino della magistratura di Vicenza e Caltanissetta - dov’è radicata un’inchiesta per associazione per delinquere finalizzata alle rapine ed altro -, è il commerciante orafo con i quali i Bovo hanno allacciato i rapporti. Essi non potevano sapere con che razza di personaggio avevano a che fare. Una sorta di Giano bifronte, perchè da un lato si mostrava interessato all’acquisto del metallo pregiato, in realtà passava informazioni alla famiglia per preparare l’assalto. E, state sicuri, non sarebbe stato l’unica rapina con queste modalità nel Vicentino se fosse andata a buon fine. Telefonini. Le indagini partono da una microspia della Dia sistemata in una macchina a Gela. I telefonini sono usati poco dai picciotti siciliani. Sanno, come la vicenda dimostra, che le orecchie tecnologiche dello Stato sono sempre aperte. Anche l’altro giorno pare che i cellulari non siano stati alleati dei carabinieri, che hanno dovuto ricorrere alle tradizionali indagini con pedinamenti e appostamenti. Tornando alla microspia, quanto dovranno ringraziala i Bovo, perchè se la rapina fosse andata a segno avrebbero corso il rischio di finire in ginocchio come purtroppo capitò ai Rancan, sempre di Trissino, nel settembre di due anni fa, quando patirono un salasso di 70 chili d’oro. Una rapina dalle troppe coincidenze con quella fallita sabato. Lo scorso luglio il magistrato della Dia di Caltanissetta avuto conferma che l’obiettivo del colpo per finanziare uno dei tanti comparti d’attività della mafia è Trissino, informa i carabinieri del Ros di Padova per le necessarie contromisure. Sono loro ad avvisare i militari del luogotenente Ferrante. La trappola. Giovedì il quartetto di siciliani parte per Vicenza. È pedinato dagli investigatori. I telefonini non vengono praticamente usati. A Montecchio Maggiore prelevato le Fiat Uno rubate, segno che hanno qualcuno in appoggio. Non è la prima volta che la “batteria” si muove per compiere incursioni al Nord. È il braccio armato della famiglia. Intanto, il “mediatore” contatta Bovo e pattuisce il trasferimento dell’oro per sabato mattina presto per evitare noie. «Meglio essere cauti per evitare le rapine», spiega il mariuolo agli orafi per essere più convicente. I carabinieri, coordinati dal pm Giacomelli, ascoltano e annotano le ultime mosse. Nella notte tra venerdì e sabato i Bovo sono messi sul chi va là. Scoprono, trasecolando, che il “mediatore” è niente meno che il basista della rapina. Il pericolo è scampato. Sabato mattina alle 6.40 i rapinatori si mettono in moto. Devono simulare il posto di controllo con lampeggianti e palette. Aspettano fino alle 7.10 che transiti Nicola Bovo come da accordi col basista. L’orafa non si vede. Spuntano invece i carabinieri. Greco e soci, assistiti dall’avvocato vicentino Sonia Negro, adesso sono attesi dalla convalida del fermo. Facile prevedere che faranno scena muta. Intanto, è caccia al basista-mediatore e agli altri complici. Per stavolta la trasferta dei picciotti di Cosa Nostra a Vicenza è stata fallimentare.
Fonte: Giornale di Vicenza

mercoledì, ottobre 04, 2006

Il comune di Gela si costituisce parte civile

GELA (CALTANISSETTA) - Il comune di Gela si costituirà parte civile, insieme con la locale associazione antiracket "Gaetano Giordano", nel processo contro alcuni esponenti delle cosche mafiose arrestati perchè estorcevano denaro ai contadini consorziati della cooperativa "Agroverde".
La nomina del legale è stata decisa all'unanimità dalla giunta comunale. "L'esecutivo cittadino - è scritto in un comunicato dell'amministrazione municipale - intende così sostenere quegli imprenditori saccheggiati dal racket del pizzo. Infine viene ricordato che in un recente studio del ministero degli Interni, mentre nel dato nazionale si assiste a un calo verticale delle segnalazioni (-11 % nel pizzo e -34% nell'usura), a Gela invece vi è una crescita notevole delle denunce, grazie al ruolo svolto dall'associazione antiracket e dall'amministrazione comunale"
04/10/2006

Intervista a Maria Falcone

La lotta alla mafia vince anche la battaglia dell’audience. Il successo di ascolti della fiction su Giovanni Falcone dimostra che gli italiani hanno il coraggio della memoria. E’ il giusto premio per quelli che in Rai, a Mediaset e sui giornali hanno ostinatamente continuato a narrare storie ed eventi di mafia. E’ un monito per tutti quelli che nel mondo della politica, della magistratura e della comunicazione hanno chiesto puntate riparatrici e blocchi giudiziari delle fiction. Per non parlare del rinvio per par condicio della messa in onda di questa stessa fiction. Una pagina oscura che Pippo Baudo ha fatto bene a sottolineare in diretta tv.
Esprime soddisfazione Pino Finocchiaro, cronista siciliano, socio fondatore di articolo 21, autore di un’intervista a Maria Falcone che il Tg 1 ha mandato in onda domenica sera poco prima della fortunata programmazione della fiction sulla vita di Giovanni Falcone e Francesca Morvillo.
- Emerge una nuova maturità della società civile? “Francamente, penso che la società civile non abbia smesso di credere nel valore della lotta alla mafia. Fenomeni come “addiopizzo” a Palermo o i ragazzi di Locri lo dimostrano ampiamente. Piuttosto sono stati i mezzi di informazione a trascurare o peggio a edulcorare il potere della mafia e la sua capacità pervasiva nei gangli del potere”.
- Cosa è cambiato dai tempi delle stragi? “Cosa Nostra si è inabissata. Si è resa invisibile. Quindi è più pericolosa. Non ha bisogno di far tuonare le armi, eppure riesce a riscuotere il pizzo - secondo i dati della Confesercenti che personalmente ritengo attendibili – dall’80 per cento degli imprenditori dell’isola. Ma la mafia non si limita a riscuotere il pizzo, ha le sue imprese, le sue finanziarie, i suoi politici di riferimento”.
- Detto così, sembrerebbe un sacrificio inutile quello di Falcone, Morvillo, Borsellino e dei loro collaboratori. “No. Le stragi erano evitabili. Ma il loro sacrificio ha svegliato la società civile. Ha fatto comprendere che le stragi nascevano non da esigenze di Cosa Nostra ma per salvare il coacervo di interessi che le mafie intrecciano con grandi imprese e politica. Il problema non è colpire i gruppi di fuoco ma la zona grigia dove le responsabilità restano indistinte”.
- Come portare alla luce queste responsabilità? “Come ha detto Maria Falcone, usando il metodo Falcone. Indagini, rivelazioni e poi riscontri, riscontri, riscontri. Non bastano le rivelazioni dei pentiti o le intercettazioni. Falcone usava un metodo scientifico, celebrato anche all’accademia dell’Fbi, che tutti dovrebbero tornare ad utilizzare”.
Ti è piaciuta la fiction? “Complessivamente sì. Presenta bene il problema. Però gli autori si sono presi qualche licenza narrativa. Mi riferisco all’attentato all’Addaura e all’assenza di eroi chiave come il commissario Beppe Montana, trucidato mentre era sulle tracce di Provenzano. Mi piacerebbe che l’epoca delle stragi venisse narrata in una sorta di docu-fiction che usi i materiali registrati dagli operatori Rai. Un esempio per tutti la borsa da sub rinvenuta all’Addaura che avrebbe dovuto spazzare via Giovanni Falcone e Carla del Ponte. Comunque, meglio qualche licenza narrativa in più che il silenzio assoluto. E’ un passo avanti non da poco. Iniziative come quella della fiction su Falcone vanno incoraggiate, sempre”.
- La programmazione della Fiction avrà fatto cambiare idea a qualche mafioso? “Ho visto trattenere qualche risatina tra i detenuti dell’Ucciardone ai quali è stata proiettata la fiction qualche giorno prima davanti alle ricostruzioni più controverse. Ma li ho visti farsi seri davanti alla scena del commissario Ninni Cassarà ucciso sotto gli occhi della moglie e della figlia. Un giovane detenuto con precedenti comuni ha commentato: “Una scena distruggente!”. Non cambia la loro idea del rapporto tra mafia e poteri legali, ma tocca al cuore la sensibilità. “Siamo esseri umani, non perché siamo costretti a rubare” ha detto un altro. Le fiction servono anche a questo”.
Fonte: articolo21.com

lunedì, ottobre 02, 2006

New mafia

GELA (CALTANISSETTA) - Comincerà domani, nel Palazzo Ducale di Gela, il convegno nazionale di tre giorni sul tema "New mafia: metamorfosi di un sistema di potere", organizzato dalla Federazione Giovanile dei Comunisti Italiani. Nella giornata d'apertura dal titolo "La mafia e i movimenti giovanili" interverranno, tra gli altri, Rosario Crocetta, sindaco di Gela, Riccardo Messina, coordinatore Fgci Sicilia, Luciana Carfì (Arci Gela), Vittorio Greco (Addiopizzo), Cesare Megha (coordinatore Fgci Puglia), Stefano Perri (coordinatore Fgci Calabria), Paolo Roca (coordinatore Fgci Napoli) conclude: Francesco Francescaglia, coordinatore nazionale Fgci, Maria Lombardo (La Sicilia), Lorenzo Baldo (Antimafia 2000), Beppe Lumia (ex presidente Commissione antimafia), Orazio Licandro (segretario regionale Pdci Sicilia), Marco Travaglio (giornalista).
02/10/2006
Fonte: La Sicilia

Pentiti chiedono risarcimento a Dell'Utri

PALERMO - Un milione di euro a titolo di risarcimento del danno è stato chiesto dai collaboratori di giustizia Francesco Onorato, Francesco Di Carlo e Giuseppe Guglielmini, costituiti parte civile al processo al senatore di Forza Italia Marcello Dell'Utri, accusato di calunnia aggravata.
Ai giudici della quinta sezione del tribunale di Palermo, che celebrano il dibattimento, Onorato e Di Carlo hanno chiesto di quantificare il danno subito in 400 mila euro, Guglielmini in 250 mila. Le parti civili hanno richiesto, inoltre, una provvisionale immediatamente esecutiva di, rispettivamente, 200 mila, 225 mila e 75 mila euro.
Secondo l'accusa, rappresentata in giudizio dal Pm della Dda Domenico Gozzo, Dell'Utri con la complicità di Cosimo Cirfeta, nel frattempo morto, avrebbe tentato di screditare i tre collaboratori di giustizia che lo avevano accusato nel processo per mafia in cui il senatore era imputato a Palermo.
02/10/2006
Fonte: La Sicilia

Arrestato latitante

Orazio Francesco Di Mauro, 29 anni, latitante dallo scorso mese di giugno quando riusci' a sfuggire all'operazione "Atlantide", e' stato arrestato dalla polizia. Agenti della Squdra mobile lo hanno scovato in una casa nelle campagne di Belpasso, nel Catanese. Era assieme alla moglie e al figlio appena nato. Orazio Di Mauro, cugino di Angelo Di Mauro, esponente di spicco della cosca dei "Puntina" e' accusato di associazione mafiosa e di traffico di sostanze stupefacenti. Dopo l'arresto e' stato rinchiuso nel carcere di Piazza Lanza.
Fonte: La Repubblica