martedì, settembre 05, 2006

Iniziativa anti-racket

La mafia oggi


Ancora su Libero Grassi

lunedì, settembre 04, 2006

Don Puglisi

PALERMO - La salma di don Pino Puglisi, il sacerdote ucciso dalla mafia il 15 settembre 1993, giorno del suo 56esimo compleanno sta per essere collocata nella chiesa parrocchiale a Brancaccio, il quartiere di Palermo dove fu parroco per tre anni. Lo ha annunciato l'arcivescovo Salvatore De Giorgi nel corso dell'omelia tenuta nel santuario di Santa Rosalia sul monte Pellegrino."La Congregazione delle Cause dei Santi - ha rivelato - ha accolto la mia richiesta della eventuale traslazione della sua salma dal cimitero di Sant'Orsola nella Chiesa parrocchiale di Brancaccio". "Di Don Pino Puglisi - ha aggiunto - è ancora in corso a Roma il processo "super martirio" che auguriamo abbia lo stesso esito positivo, da tutti desiderato" Padre Puglisi il 29 settembre 1990 venne nominato parroco a San Gaetano, a Brancaccio, e nel 1992 assunse anche l'incarico di direttore spirituale presso il Seminario arcivescovile di Palermo. Il 29 gennaio 1993 inaugurò a Brancaccio il centro "Padre Nostro", che diventò il punto di riferimento per i giovani e le famiglie del quartiere. La causa per il riconoscimento del martirio si è conclusa il 6 maggio 2001; dalla fine di settembre dello stesso anno l'incartamento è all'esame della Congregazione per le cause dei Santi. Nei mesi scorsi è stata stampata la Positio, che è la raccolta delle prove testimoniali e documentali e degli atti giuridici essenziali "per poter rispondere al dubbio se veramente si può parlare di eroicità delle virtù o di martirio del Servo di Dio"."L'omicidio non doveva apparire un delitto di mafia - racconterà al processo il suo assassino, Salvatore Grigoli - bensì come l'opera di un tossicodipendente o di un rapinatore. Per tale motivo fu utilizzata una pistola di piccolo calibro e al sacerdote fu sottratto il borsello ". Prima di essere ucciso don Pino disse: "Me lo aspettavo". Grigoli che era insieme a un altro killer, Gaspare Spatuzza, gli sparò un colpo alla nuca. Per il delitto Puglisi sono stati condannati all'ergastolo Giuseppe e Filippo Graviano, mandanti e boss di Brancaccio, e Gaspare Spatuzza, Nino Mangano, Cosimo Lo Nigro e Luigi Giacalone. Salvatore Grigoli, divenuto collaboratore di giustizia, è stato condannato a 16 anni. Le motivazioni della sentenza della seconda sezione della Corte d'Assise spiegarono così il movente del delitto: "Emerge la figura di un prete che infaticabilmente operava sul territorio, fuori dall'ombra del campanile...".
04/09/2006
Fonte: La Sicilia

Chi era Carlo Alberto Dalla Chiesa

Carlo Alberto Dalla Chiesa (Saluzzo, CN, 27 settembre 1920 – Palermo 3 settembre 1982) fu un partigiano, un generale dei Carabinieri ed un prefetto italiano, che divenne noto per la lotta contro il terrorismo italiano negli anni Settanta ed in seguito fu ucciso insieme alla moglie in un agguato mafioso.
Nel 1949 fu pertanto inviato su sua richiesta in Sicilia, ove entrò nella formazione delle Forze Repressione Banditismo agli ordini del Generale Luca, che oltre ad avere a che fare con fenomenologie criminali come quelle del bandito Salvatore Giuliano, si occupava anche di arginare le tensioni separatistiche attizzate dall'EVIS e da altri agitatori, nonché delle relazioni fra queste due pericolose sacche di illegalità; nell'isola comandò il Gruppo Squadriglie di Corleone e svolse ruoli importanti e di grande delicatezza, meritando peraltro una medaglia d'argento al valor militare.
Da capitano, indagò sulla scomparsa (poi rivelatasi omicidio) del sindacalista Placido Rizzotto, scoprendone il cadavere che era stato abilmente occultato e giungendo ad indagare e incriminare l'allora emergente boss della mafia Luciano Liggio. Il posto di Rizzotto sarebbe stato preso da Pio La Torre, in questa occasione conosciuto da Dalla Chiesa ed in seguito anch'egli ucciso dalla mafia.
Dal 1966 (curiosamente in coincidenza con l'uscita di De Lorenzo dall'Arma) al 1973 tornò in Sicilia con il grado di colonnello, al comando della legione carabinieri di Palermo. Trasse notevoli risultati dalle sue studiate tecniche di investigazione, assicurando alla Giustizia boss come Gerlando Alberti o Frank Coppola ed iniziando a seguire piste che almeno per sussurro avrebbero aperto al successivo disvelamento delle relazioni fra mafia e politica.
Nel 1968 intervenne coi suoi reparti in soccorso delle popolazioni del Belice colpite dal sisma, riportandone una medaglia di bronzo al valor civile per la personale partecipazione "in prima linea" alle operazioni.
Nel 1970 svolse indagini sulla misteriosa scomparsa del giornalista Mauro De Mauro, il quale poco prima aveva contattato il regista Francesco Rosi promettendogli materiale che lasciava intendere scottante sul caso Mattei. Le indagini furono svolte con ampia collaborazione fra i Carabinieri e la Polizia, per la quale erano dirette da Boris Giuliano, anch'egli in seguito ucciso dalla mafia. Giuliano, peraltro, aveva iniziato ad investigare su molti aspetti operativi ed organizzativi della criminalità organizzata, in una fase in cui venivano alla ribalta personaggi come Michele Sindona e divenivano evidenti (o meno nascondibili) i "nessi" con il mondo politico. Le indagini sul De Mauro, però, non sortirono effetti di rilievo.
Il 2 Aprile scrisse al presidente del Consiglio Giovanni Spadolini che la corrente democristiana siciliana facente capo ad Andreotti sarebbe stata la "famiglia politica" più inquinata da contaminazioni mafiose.
Il successivo 2 Maggio fu improvvisamente inviato in Sicilia come prefetto di Palermo a combattere l'emergenza mafia. Le indagini sui terroristi furono assegnate ad altri, e di fatto si interruppe la precedente successione di risultati prima di riuscire a fare piena luce su fatti e mandanti. A Palermo lamentò più volte la carenza di sostegno da parte dello stato (emblematica la sua amara frase: "Mi mandano in una realtà come Palermo, con gli stessi poteri del prefetto di Forlì", città presa come esempio di situazione di lavoro ordinario, non particolarmente difficile), finché fu assassinato dalla mafia.
03/09/2006

Anniversario Dalla Chiesa

PALERMO - Ricorre oggi il 24° anniversario dell'omicidio del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, della moglie Emanuela Setti Carraro e dell'agente di scorta Domenico Russo. Era il 3 settembre del 1982, da poco erano scoccate le 21,15. I sicari entrarono in azione in via Isidoro Carini, facendo fuoco sull'auto sulla quale il prefetto viaggiava insieme alla moglie.
L'agente li seguiva a bordo di un'Alfetta. Tutti trucidati sotto una tempesta di colpi di un kalashnikov. In questi 24 anni gli investigatori, anche grazie alla testimonianza dei pentiti, sono riusciti a ricostruire la dinamica esatta della strage, ad identificare i killer ed i vertici di Cosa Nostra che ordinarono l'eccidio. Lo stesso non può dirsi per i mandanti occulti, per coloro che esercitarono le pressioni sulla cupola. Restano infatti molti i misteri sul delitto.
Le fasi dell'eccidio sono state ricostruite dai pentiti, Calogero Ganci e Francesco Paolo Anzelmo. Entrambi per la morte del generale dovranno scontare 14 anni di reclusione. L'A112, su cui si trovavano il prefetto e la moglie, venne affiancata e superata da una Bmw 518 su cui viaggiavano Antonino Madonia e Calogero Ganci. A fare fuoco con un kalashnikov fu Madonia.
Una seconda vettura, guidata da Anzelmo, seguiva il prefetto, pronta ad intervenire per bloccare l'eventuale reazione dell'agente di scorta. Russo fu assassinato da Pino Greco "Scarpuzzedda" che seguiva i suoi complici a bordo di una moto. La A112, dopo essere stata investita dal fuoco del kalashnikov, sbandò, costringendo l'auto dei killer a sterzare bruscamente a destra.
"Il ricordo di Carlo Alberto Dalla Chiesa, della sua consapevole dedizione e del suo sacrificio eroico resta di monito a tenere sempre alta la vigilanza contro l'insidia della criminalità e la fiducia nelle istituzioni". Così il Presidente della repubblica, Giorgio Napolitano, ricorda il Generale Dalla Chiesa in un messaggio al prefetto di Palermo, Giosuè Marino. "Ricordo con tristezza e dolore - scrive Napolitano - l'assassinio che, in quel tragico 3 settembre del 1982, con spietata ferocia, costò la vita al Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, e alla sua giovane moglie Emanuela Setti Carraro, ed al valoroso agente di scorta Domenico Russò".
"L'intero Paese - aggiunge il Presidente della Repubblica - fu scosso dall'orrore di quell'atto criminoso, che apriva una fase ancora più efferata della criminalità mafiosa in una escalation eversiva volta a prevaricare e a sovvertire lo Stato e le istituzioni democratiche". "Insieme alla città di Palermo le forze sane del Paese seppero trovare la forza per reagire con quella unità che lo stesso Dalla Chiesa aveva auspicato, sulla base della significativa esperienza della lotta contro il terrorismo degli anni settanta".
"Questo impegno comune ha coinvolto - dice ancora Napolitano - i settori fondamentali della vita civile: la politica, la cultura, la magistratura, le forze dell'ordine, la scuola, l'associazionismo, le famiglie e i cittadini". "Ciò ha permesso di mettere a segno risultati significativi, colpendo l'organizzazione mafiosa e assicurando alla giustizia molti fra i suoi maggiori responsabili".
"In questo spirito, interpretando i sentimenti di tutti gli italiani - conclude Napolitano - rivolgo alle famiglie Dalla Chiesa, Setti Carraro e Russo un commosso pensiero e un saluto solidale".
02/09/2006
Fonte: La Sicilia

sabato, settembre 02, 2006

Cuffaro "faccia tosta"

PALERMO - "Domani ricorre il 24/mo anniversario del sacrificio del generale dei carabinieri, Carlo Alberto Dalla Chiesa, della moglie Emanuela Setti Carraro e dell'agente di scorta, Domenico Russo, trucidati dal piombo mafioso. Ricordiamo oggi quella sera di grande tristezza per ribadire l'impegno delle istituzioni, a tutti i livelli, contro la mafia e contro ogni altra forma di criminalità". Così il presidente della Regione Siciliana, Salvatore Cuffaro, ricorda l'eccidio avvenuto a Palermo la sera del 3 settembre del 1982. "La figura del generale Dalla Chiesa, nell'immaginario dei siciliani, rimane quello di un uomo dello Stato che aveva un grande senso delle istituzioni. Dalla Chiesa - aggiunge - fu tra i primi a capire l'importanza del coinvolgimento della società civile, e in particolare delle giovani generazioni, nella lotta alla criminalità organizzata. Ricordo ancora le sue visite nei licei della città, il suo dialogo appassionato con gli studenti, la sua capacità di far valere, sempre, le regole della convivenza civile e dello Stato di diritto". "Noi, come Regione Siciliana, non abbiamo dimenticato il suo straordinario esempio - dice - intitolando a lui un accordo di programma quadro, siglato nel settembre del 2003 con i Ministeri dell'Interno e dell'Economia. Uno strumento che punta a sostenere e incentivare l'azione di prevenzione per migliorare le condizioni di sicurezza dei cittadini". "Siamo convinti che sia proprio questo - conclude - il modo migliore per ricordare chi ha sacrificato la propria vita per far valere l'interesse generale della società. Un atto concreto, insomma, per fa rivivere nella coscienza di tutti la figura del generale Dalla Chiesa, con un'azione in suo nome tesa a favorire la collaborazione tra tutti i soggetti coinvolti nella lotta alla criminalità organizzata".
02/09/2006
Fonte: La Sicilia

venerdì, settembre 01, 2006

Ancora sull'omicidio Calcagno

Nord-Sud, 1 mln per zittire la mafia.
La realizzazione dell'arteria vicino Nicosia al centro della guerra tra le due fazioni di Cosa Nostra.
Cento miliardi di lire per un tratto di circa 4 chilometri. Questa la somma finanziata dall'Anas per la realizzazione della "Nicosia nord - Vigneta", lotto della strada destinata a collegare la costa Nord dell'Isola con quella Sud, Santo Stefano di Camastra con Gela, tagliando in perpendicolare e attraversando le province di Messina, Enna e Caltanissetta. Cento miliardi che con la "messa a posto", la tangente di circa il 2% imposta da Cosa nostra alle imprese che svolgono i lavori, sono un milione di euro ai quali si aggiungono poi gli introiti per le forniture di materiali, appannaggio esclusivo di imprese "vicine alle famiglie" del territorio dove ricade il cantiere. Questo l'affare che ruotava intorno ai lavori della Nord Sud, ancora in corso a Nicosia, lavori che in questi anni, tra perizie di variante e imprevisti in corso d'opera sono levitati di circa il 40%. Comprensibile quindi che gli "appetiti" di "Tano U liuni" su quei lavori e le sue disposizioni a Domenico Calcagno di provvedere a riscuotere per la cosca di Enna, scatenassero le ire di Raffaele Bevilacqua e dei catanesi del clan Santapaola, che già provvedevano a riscuotere le tangenti su tutti i lavori svolti dalla Ira Costruzioni. Calcagno "ci scassa tanto" che di lui Alfio Mirabile dirà "Ma questo è una cosaccia, cosa da ammazzarlo veramente". La "Gransecco 2" con la quale dal Dia di Caltanissetta e il comando provinciale dei carabinieri di Enna hanno fatto luce sul delitto di Domenico Calcagno, è intrecciata a doppio filo a un'altra inchiesta, la "Dionisio", condotta dalla Dda di Catania e che lo scorso luglio ha portato a 83 arresti. Tra gli indagati di quell'operazione c'è anche Raffaele Bevilacqua e proprio per le tangenti imposte alla Ira Costruzioni sui cantieri in provincia di Enna. Sui lavori della superstrada Nord Sud e del lotto in corso di realizzazione a Nicosia, nel quale la Fe Ira aveva in subappalto il grosso delle opere, come già emerso dall'operazione Dionisio, era sorta una "grana" di competenze territoriali della quale si parla in diverse intercettazioni ambientali che già sono alla base dell'operazione "Dionisio". Calcagno aveva creato grossi problemi con le inopinate interferenze nella riscossione delle tangenti sui cantieri della Ira Costruzioni in provincia di Enna, scatenando la reazione del rappresentate provinciale Raffaele Bevilacqua e dei vertici della cosca catanese. E' Bevilacqua che nel novembre del 2002 chiede un incontro con Francesco La Rocca che doveva tenersi a San Michele di Ganzaria, ma che viene poi spostato e quindi non sarà intercettato. Dell'incontro La Rocca discute preventivamente con Alfio Mirabile. "Aspettiamo questo discorso - dice Mirabile riferendosi all'incontro con Bevilacqua - questo Calcagno se ne è andato da Berna Nasca (n.d.r.: arrestato nel blitz Dionisio con l'accusa di essere il collettore delle tangenti tra la provincia di Enna e la cosca catanese e scarcerato dal tribunale del Riesame etneo) e gli dice siete avvicinati a me, Catania non c'entra niente e i soldi li devi dare a me". I lavori per i quali Calcagno aveva chiesto la "messa a posto" erano quelli della Nord Sud, ma la questione si era ulteriormente complicata con l'inizio di altri lavori per la realizzazione di un pozzo nella zona di Pergusa sempre appaltati alla Ira Costruzioni. Calcagno era però determinato a riscuotere le tangenti sui cantieri nell'ennese e così decide di chiedere un incontro con Mirabile tramite Pietro Iudicello, presunto boss di Ramacca. Alfio Mirabile avrebbe voluto approfittare di quell'occasione per eliminare Calcagno, ma Francesco e Filippo la Rocca, vice rappresentate provinciale di Enna poi presente al vertice con l'avvocato Bevilacqua, non sono d'accordo perché temono che l'agguato possa attirare l'attenzione degli inquirenti su Iudicello. L'incontro tra Bevilacqua, La Rocca e Mirabile non viene intercettato, ma viene invece registrata un'altra conversazione, ritenuta dagli inquirenti fondamentale, nella quale si fa il resoconto dell'incontro con il "rappresentate provinciale di Enna" Bevilacqua, e si torna a discutere dell'eliminazione di Calcagno "U pulizziamu sanu - dice Mirabile - e u unittamu direttamente".

La vera storia dell'omicidio Calcagno...

Era il 18 maggio del 2003, quando a Valguarnera un commando omicida fece fuoco e uccise Domenico Calcagno, 44 anni, imprenditore, sorvegliato speciale di Ps. Un omicidio efferato e di chiaro stampo mafioso, visti i precedenti di Domenico Calcagno. Un omicidio che è entrato prepotentemente nella storia valguarnerese come il primo omicidio di mafia. Valguarnera, un paese apparentemente tranquillo, fu sconvolto da una esecuzione ordinata da Cosa Nostra. Erano da poco passate le 20 di una serena domenica primaverile. Domenico Calcagno, detto Mimmo, stava rincasando nella sua abitazione di via Sicilia 2. Calcagno era ancora a bordo della sua Mercedes 250 di colore blu, quando i sicari, appostati nelle vicinanze, lo freddarono con tre colpi di lupara. La Mercedes, guidata da Calcagno, oramai senza nessun controllo, aveva proseguito la sua marcia ed aveva investito una signora valguarnerese che assieme al marito si trovava a passare per quella strada per raggiungere la vicina chiesa di San Giovanneo Bosco, che si trova appena alle spalle di casa Calcagno. La signora investita dall'automobile fuori controllo, per fortuna, se la cavò senza gravi conseguenze. Ma l'omicidio di Mimmo Calcagno fu eseguito senza nessuna remora e timore di essere visti. A pochi metri di distanza dal luogo del delitto, infatti, una folla di centinaia di persone si trovava dinanzi al sagrato della chiesa di San Giovanni Bosco, ad attendere l'uscita del fercolo del Santo. Con ogni probabilità, lo sparo dei mortaretti che salutava l'uscita dalla chiesa di San Giovanni Bosco, coprì i tre colpi sparati dal fucile automatico usato dai killer, che dal finestrino opposto a quello di guida, freddarono, Mimmo Calcagno, colpendolo alla testa. I tre colpi dei sicari, non sentiti nell'immediatezza, fecero tanto rumore nelle coscienze dei valguarneresi onesti e in quanti credevano che omicidi, minacce ed estorsioni, potessero avvenire solo in altre parti della Sicilia e non in quell'apparente oasi di pace che sembrava e sembra essere Valguarnera. I killer di Calcagno si dileguarono con facilità, visto che il civico 2 di via Sicilia, è uno degli immobili che si trova alla periferia del paese. Sul posto arrivarono, carabinieri, polizia, vigili urbani, guardia forestale. E mentre le urla strazianti dei familiari di Calcagno, che lasciava la moglie e tre figli, raggelavano l'intero rione, una enorme folla di curiosi, per alcune lunghe ore, assistette alle operazioni di rito e all'arrivo di numerosi ufficiali dei carabinieri e della polizia. Quando sul luogo del delitto, arrivò anche Roberto Condorelli, sostituto procuratore della Repubblica della Direzione distrettuale antimafia di Caltanissetta, ogni possibile dubbio dello zampino di Cosa nostra sull'esecuzione di Mimmo Calcagno, si diradò. Per consentire tutti i rilevamenti del caso ed agevolare il lavoro della Scientifica, il 18 maggio del 2003, la scena del delitto fu illuminata dalle cellule fotoelettriche dei vigili del fuoco. Non appena quelle luci si spensero e passati i classici ed emotivi giorni del lutto, a Valguarnera, tutto ritornò alla "normalità ". Una normalita' apparente, dove negli anni che sono seguiti, gli incendi notturni di autovetture sono stati decine e tutti impuniti. Come impuniti restano gli incendi di farmacie, studi medici, portoni di abitazioni private e danneggiamenti vari a politici e cittadini privati. Quando qualcosa accade se ne parla solo per qualche giorno e poi le luci sono nuovamente spente. In questi tre anni c'è chi le luci sull'omicidio Calcagno non le ha mai spente e arrestando i presunti mandanti di un efferato delitto come quello del 18 maggio 2003, ha dimostrato che ogni vita, in qualunque modo possa essere vissuta, nessuno ha il diritto di toglierla.

Il racket colpisce a Siracusa

SIRACUSA - Un attentato incendiario è stato messo a segno la notte scorsa contro un cantiere edile di contrada Spalla, a Siracusa, dove, utilizzando una bombola di gas e del liquido infiammabile, un camion è stato dato alle fiamme. Si tratta del terzo incendio in un cantiere edile registrato nel siracusano nell'ultima settimana; il penultimo era avvenuto appena 24 ore prima.
Stavolta gli attentatori hanno messo a segno il loro piano in maniera tale che non ci fossero dubbi sul fatto che si trattasse di un'intimidazione. Hanno rubato una Fiat "Uno", vi hanno caricato una bombola di Gpl e poi l'hanno introdotta all'interno del cantiere dopo avere forzato una delle sbarre d'accesso. Quindi hanno accostato l'auto al camion, l'hanno cosparsa di liquido infiammabile e hanno appiccato il fuoco. Dopo pochi minuti la bombola è esplosa e le fiamme si sono estese al mezzo pesante. Il cantiere, che si trova a poche centinaia di metri dal grande magazzino "Auchan", alla periferia Nord di Siracusa, risulta intestato a un'impresa di Francofonte che sta realizzando un capannone. L'allarme al centralino dei vigili del fuoco e' stato dato poco prima dell'1.30. Quando pompieri sono arrivati sul posto hanno trovato la "Uno" col tettuccio completamento divelto e avvolta dal fuoco; del camion, invece, sono andate distrutte la cabina e una gru montata sul cassone. I vigili del fuoco hanno anche trovato il contenitore utilizzato per portare il liquido infiammabile. Sul caso stanno indagando i poliziotti, che sono risaliti subito al proprietario dell'auto, risultata rubata un'ora prima dell'incendio al cantiere. L'episodio sembra segnare una ripresa in grande stile delle estorsioni nel Siracusano, provincia in cui il racket è sempre stato molto attivo. La notte precedente era andato a fuoco un camion utilizzato nei lavori per la costruzione dell'autostrada Catania-Siracusa, in contrada San Leonardo, nei pressi di Lentini. In un primo momento si pensava ad un corto circuito ma col passare delle ore prenderebbe corpo l'ipotesi dell'attentato. Qualche giorno prima, a Siracusa, era stato preso di mira il camion di un'impresa edile impegnata in lavori i contrada Pizzuta. E inoltre, si tenta capire si siano di natura estorsiva gli incendi che di recente hanno distrutto le auto di un commerciante e di un imprenditore.
01/09/2006
Fonte: La Sicilia